8 marzo. Donna tra successo e violenza

Nonostante il peso demografico sia maggiore rispetto a quello maschile (51,6 donne contro 48,4 uomini su 100 abitanti) dal Quirinale alle Province, passando per ministeri, parlamento, Regioni, giunte e consigli comunali, in Italia è “rosa” solo il 19,73% dei ruoli elettivi o di nomina, mentre il 79,27% degli incarichi istituzionali è ancora in mano agli uomini. L’incidenza percentuale minore in assoluto è riscontrabile nei consigli regionali, dove è rosa il 13,71% delle seggiole: su un totale di 1.065 soltanto 146 sono occupati da donne. Su 106 sindaci di capoluogo di provincia, solo 3 non sono maschi: in Italia oggi sono donne i primi cittadini di Ancona, Fermo e Alessandria. L’Italia è un Paese che è arrivato tardi a porsi il tema della rappresentanza di genere nelle proprie istituzioni: solo nel 1946 le donne italiane hanno ottenuto il diritto di voto e negli anni ‘60 e ‘70 sono riuscite a far introdurre nel nostro “vecchio” Paese leggi innovative sul tema di divorzio, interruzione di gravidanza, diritto di famiglia, servizi sociali. Nonostante questo, per avere la prima donna ministro l’Italia ha dovuto aspettare il 1976, quando ai vertici del dicastero del Lavoro andò Tina Anselmi (Dc). Da allora, e soprattutto negli ultimi anni, sono stati compiuti passi avanti significativi, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Dal 1979 a oggi, sono 23 i ruoli chiave ricoperti da altrettante donne in Italia: da Nilde Iotti che fu eletta presidente della Camera 45 anni fa, fino a Laura Boldrini che è andata a ricoprire il medesimo incarico lo scorso anno. Dal 1948 ad oggi, la legislatura attuale è quella con la maggior presenza femminile in parlamento (30%) e il governo di Matteo Renzi vanta il maggior numero di donne ministro (50%). Al contempo, però, la disparità fra uomini e donne in politica si accentua quando gli incarichi sono più prestigiosi. Non è un caso, infatti, che l’Italicum interrompe la sua marcia trionfante proprio sulle quote rosa. Nel testo presentato alla Camera dei Deputati, c’è sì la previsione del 50% di donne in lista, ma si prevede anche che i candidati possano essere due dello stesso sesso in fila: il sospetto è che i primi posti potrebbero essere occupati solo da uomini. Tre gli emendamenti alla legge elettorale sulla parità di genere. La prima: stabilire l’alternanza in lista, un uomo e una donna; la seconda: donne capolista nel 50% dei collegi; la terza: capolista «rosa» in almeno il 40% dei collegi. Eppure siamo ancora ben lontani dal raggiungere la tanto decantata parità. Malgrado quello che recita la pubblicità del Ministero delle Pari opportunità nel nostro Paese è donna solo il 27 % dei dirigenti; il 21% dei prefetti; il 19% degli imprenditori; il 18% dei professori ordinari; il 12% dei direttori di ricerca; il 10% dei primari in ospedale, il 7% dei consiglieri nei CdA di aziende quotate; il 5% dei direttori d’orchestra; il 4% degli ambasciatori. Le donne nonostante abbiano credenziali formative ormai comparabili a quelle maschili e siano sempre più sicure delle proprie aspettative e dei propri progetti, la parità di genere nei percorsi occupazionali e di carriera è un traguardo ancora molto lontano. Su 100 occupati il 59% è rappresentato dagli uomini, il 41% dalle donne. Eppure su cento laureati il 58% sono donne e il 42% maschi. Il 22% delle laureate non lavora, contro il 9% degli laureati tra gli uomini e sono pagate meno dei loro colleghi maschi. Questi numeri sono il segno evidente che resta ancora tanto da fare per appianare lo “scarto” tra donne e uomini nella politica, nel lavoro e nella società, nonostante le donne sono sempre state brave a gestire “casa e bottega”, famiglia e lavoro. Una doppia fatica che richiede energie, impegno, efficienza, senso del dovere. Ma a volte tutto ciò non basta. Perché a questo si aggiunge la fatica di “sfondare” un mondo che è ancora molto maschile. Alle donne viene chiesto di indossare i pantaloni per difendersi dalle tante vessazioni che ancora oggi subisco. Dal femminicidio allo stalking sono ancora molte le donne vittime di violenza: 128 le donne morte per mano maschile nell’ultimo anno. Una vergognosa conta che è destinata a crescere fin quando gli uomini continueranno a credere che le donne siano di loro “proprietà”. 

 

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