Taormina. Processo Giammona, per la Cassazione è da rifare

TAORMINA – Per la Cassazione il processo di Agatino Giammona è da rifare. I giudici della Suprema Corte hanno infatti accolto il ricorso presentato dai legali del noto imprenditore taorminese condannato per violenza sessuale e che dal giugno 2011 si trova in carcere a seguito di una sentenza passata in giudicato. Già in passato era stata richiesta la revisione del processo per sopravvenute prove che dimostravano l’estraneità di Giammona ai fatti contestati. Adesso la Cassazione ha così deciso: gli atti verranno inviati ad una nuova Corte d’Appello, quella di Catanzaro, per dare via ad un ulteriore corso. Profondamente soddisfatto il legale dell’imprenditore Baldassarre Lauria per la decisione della Cassazione. Si dovrà adesso attendere il decreto di citazione per il nuovo giudizio con il quale Agatino Giammona riacquisterà a tutti gli effetti la qualifica di imputato. Il primo obiettivo dei difensori dell’imprenditore taorminese è quello di ottenere, in Corte d’Appello, il decreto di sospensione della pena. “Bisogna essere fiduciosi in vista del nuovo processo  – ha aggiunto Lauria – in quella sede  – ha concluso – speriamo si possa arrivare all’assoluzione di Giammona”. L’imprenditore taorminse fu ritenuto colpevole in tre gradi di giudizio di violenza sessuale e condannato a 4 anni e 8 mesi di reclusione. Attualemente Tino – così è conosciuto a Taormina – si trova detenuto nella Casa Circondariale di Augusta. Stando all’accusa, Giammona avrebbe abusato nel marzo 1991 di una donna, dipendente di una struttura ricettiva. Il fatto sarebbe avvenuto nel box ufficio dell’imprenditore sito a quel tempo al terminal bus. La moglie, in dibattimento, dichiarò che il marito non era in possesso delle chiavi del box. Inoltre i legali dell’imprenditore sostengono che durante l’interrogatorio dell’aprile 1991 – dunque nell’immediatezza dei fatti – Giammona fece riferimento a due persone che quella sera assistettero a circa 20 metri di distanza all’incontro dell’imprenditore con la ragazza nel piazzale antistante il box. I due in seguito, dopo aver appreso la notizia dell’arresto di Tino, a 12 anni di distanza, hanno affermato che “Giammona quella sera non entrò nel box ufficio dove – stando all’accusa – si consumò la violenza sessuale”. Secondo gli avvocati dell’imprenditore “è stato determinante il fatto che a suo tempo non venne disposta l’ispezione fisica su Agatino Giammona  in merito al morso che la ragazza gli avrebbe dato e così – sostengono i difensori – l’unica prova oggettiva è andata persa”. La parola adesso alla Corte d’Appello di Catanzaro, assegnataria del processo di revisione.

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