La Cassazione, esigenze cautelari sopravvalutate. Ecco perché l’on. De Luca non andava arrestato. L’ex sindaco di Fiumedinisi è accusato di abuso, falso e tentata concussione

Nuccio Anselmo
(da Gazzetta del Sud)

Il reato di falso poggia su una motivazione del Tribunale del Riesame «sufficientemente congrua e logica» per quanto riguarda la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, in ogni caso sia per il falso sia per la tentata concussione sarà la fase del dibattimento a chiarire tutto. Ci sono invece «pecche non emendabili» in relazione alla sussistenza delle esigenze cautelari.
Ecco il responso della Cassazione sulla vicenda processuale del deputato di “Sicilia Vera” Cateno De Luca, travolto da una clamorosa inchiesta nel giugno scorso sulla sua speculazione edilizia a Fiumedinisi che nelle ultime settimane sta tenendo lunghi comizi per dirsi vittima di un complotto, prendendosela con magistrati, giornalisti e politici regionali.
Sono state depositate infatti le motivazioni con cui la Cassazione nelle scorse settimane aveva in sostanza detto che per quelle tipologie di reati l’ex sindaco di Fiumedinisi non avrebbe dovuto essere arrestato. A discutere davanti alla quinta sezione penale c’è andato uno dei suoi difensori, l’avvocato Carlo Taormina. Tecnicamente i giudici, anche su analoga richiesta del sostituto procuratore generale Mario Fraticelli, che aveva argomentato sulla “insussistenza del pericolo di recidiva”, hanno annullato senza rinvio il provvedimento deciso dal Tribunale del Riesame di Messina esitato il 19 luglio del 2011, con cui attenuando la misura disposta dal gip Orlando il 21 giugno, vale a dire gli arresti domiciliari, aveva invece stabilito per De Luca il solo divieto di dimora a Fiumedinisi. Annullamento senza rinvio vuol dire in termini semplici che secondo la Cassazione è definitiva e non suscettibile di ulteriori valutazioni giuridiche la mancanza delle esigenze cautelari in questa vicenda.
Per quanto riguarda invece le altre contestazioni che avevano avanzato i difensori del parlamentare regionale (insussistenza degli indizi del falso ideologico e della compartecipazione al falso non avendo concorso agli atti amministrativi, e infine degli indizi della tentata concussione), i giudici della quinta sezione penale sono stati molto chiari e hanno spiegato che non tocca certo a loro entrare nel merito: «… quanto alla sussistenza dei gravi indizi per gli ascritti reati giova premettere, in diritto, come sia consolidato orientamento di questa Corte che per l’applicazione di una misura cautelare personale in questa fase del procedimento sia richiesto solo il requisito della gravità degli indizi, nel senso che questi debbano essere tali da lasciar desumere la qualificata probabilità di attribuzione del reato per cui si procede all’indagato».
I giudici poi proseguono nel dire che «… il Tribunale del Riesame ha dato conto, con motivazione sufficientemente congrua e logica, della sussistenza dei gravi indizi per il reato di falso e sarà successivamente conto della fase dibattimentale vera e propria confermare la sussistenza dell’apparato accusatorio a fronte delle corpose contestazioni operate dalla difesa, soprattutto in relazione all’ulteriore fattispecie della tentata concussione e che avendo attinenza con il fatto non possono essere messe in discussione avanti questa Corte di legittimità».
Per quanto riguarda l’inchiesta già nell’ottobre dello scorso anno il procuratore aggiunto di Messina Vincenzo Barbaro e il sostituto Liliana Todaro avevano inviato l’avviso di chiusura delle indagini preliminari a De Luca, a suo fratello Tindaro, al funzionario del Comune Pietro D’Anna, al presidente della Commissione edilizia Benedetto Parisi, tutti arrestati nel giugno scorso. L’avviso riguardava anche altri quattordici indagati tra amministratori ed ex amministratori, alcuni anche del Comune di Fiumedinisi, a suo tempo iscritte nel registro degli indagati.
Le contestazioni accusatorie erano ben delineate: a De Luca i reati di abuso d’ufficio, tentata concussione e falso. Secondo la Procura il leader di Sicilia Vera, che all’epoca dei fatti era anche sindaco di Fiumedinisi, avrebbe favorito una società di cui sarebbe amministratore occulto, la “Dioniso”, che nel centro ionico ha costruito un albergo con annesso centro benessere, strutture ora sequestrate, utilizzando un piano comunale di riqualificazione urbanistica, approvato nonostante i rilievi della Regione che aveva bloccato il Prg del Comune.
La struttura alberghiera è stata edificata in un’area in cui il sindaco aveva fatto realizzare lavori sul torrente Fiumedinisi, in modo da incrementare, secondo l’accusa, il valore del terreno.
 
 
 

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