SICILIA, MEDIOCRITA’ NEL SAPER FARE LE COSE

In Sicilia spendiamo male o non spendiamo affatto i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea. E’ quanto emerso nel corso delle Giornate dell’Economia del Mezzogiorno, che si sono svolte a Palermo. La responsabilità sarebbe solo in parte della classe politica ed amministrativa e della pubblica amministrazione. Pesano e molto, invece, i comportamenti degli imprenditori. Il convegno di Palermo ha offerto lo spunto a Daniele Settineri, segretario generale dell’Uras (Unione regionale albergatori siciliani), di fare delle riflessioni che meritano, crediamo, una certa attenzione. Per questo, ne riportiamo una sintesi: “Scorrendo le cronache relative alle Giornate dell’economia del Mezzogiorno – scrive Settineri – si evince un certo pessimismo sulla reale utilità dei fondi strutturali europei meglio noti al grande pubblico come i fondi assegnati alla Sicilia dall’Ue tramite i programmi chiamati Agenda 2000 e 2007/2013. Dal punto di vista generale, i dati macroeconomici della Sicilia presentati nei vari seminari e convegni delle suddette Giornate mostrano una modesta crescita in linea con le altre regioni del mezzogiorno: è nostra opinione che senza il sostegno dei fondi strutturali saremmo qui a parlare di ben altre negatività. Dal punto di vista del nostro settore specifico – turistico ricettivo – il nostro monitoraggio empirico quale associazione di categoria ci dice che nel periodo 2000- 2007, a fronte di circa 1.000 milioni di euro destinati globalmente al settore attraverso tutti gli strumenti di incentivazione, le imprese hanno speso o promesso di spendere attraverso mutui qualcosa come 2.500 milioni di euro. Ci sembra che questo sia da considerare un bel sostegno all’economia reale dell’Isola. Altro discorso se mettiamo l’accento sulla generale efficienza delle procedure e dei meccanismi reali di utilizzo delle somme: anche in questo caso e contrariamente a quanto spesso delle informazioni date e riportate con superficialità fanno credere, la maggior parte dei problemi non sono venuti né dalle regole dell’Ue, né dalla Pubblica Amministrazione inteso come apparato burocratico, né dall’indispensabile opera di controllo del rispetto delle leggi e della legalità in generale. I problemi hanno tre cause – tutte di tipo culturale – che poi sono quelle che prima delle altre ci fanno classificare come aree a sviluppo ritardato rispetto all’ Europa e che vanno affrontate per quelle che sono senza infingimenti, senza sensi di colpa e senza pensare che qualcuno ne sia esente. Innanzitutto la scarsa capacità di “governance” da parte dei beneficiari finali – siano essi enti locali, enti pubblici o privati (imprese o altro) – degli strumenti di finanziamento; tale situazione ha richiesto l’intervento di soggetti terzi che mediassero la capacità d’accesso ai fondi e molto spesso tali soggetti non erano a loro volta all’altezza del compito. Emblematica in tal senso l’esperienza dei PIT(piani integrati territoriali). In secondo luogo, una purtroppo ancora numerosa minoranza di soggetti portatori di una cultura facilona che è restia a seguire regole e procedure e che ancora ritiene che i soldi pubblici possano essere la panacea di tutti i problemi ma che sopratutto possano/debbano essere spesi senza troppi intoppi. Infine, la ancora troppo diffusa mediocrità nel saper fare le cose che ci sono da fare in tutti i campi. In altre parole non c’è ancora una capacità diffusa di saper fare sistema ai livelli richiesti per le varie situazioni e per le varie occasioni che si presentano. Se le analisi sono reali forse possiamo entrare in un ciclo di sviluppo perché riusciremo ad approntare gli strumenti adatti a migliorare la realtà. Inoltre siamo convinti che un uso adeguato e migliore dell’Autonomia della Sicilia è la nostra maggiore garanzia per restare agganciati all’Europa poiché di molto abbiamo bisogno fuorché di derive politico/sociali anti europee”.

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