CANALE DI SICILIA, REGNO DEI FANTASMI

 In settantuno non hanno preso nessuna compagnia aerea, né Alitalia né Air France né nessun volo. Per venire in Italia, nessuna compagnia aerea. Han preso il mare. E il mare se li è presi. È successo nelle acque di Malta, che è come dire poco lontano dal nostro bagnasciuga. Settantuno. Ancora una volta, nella triste, vile, maledetta tiritera dei morti affogati nella disperazione di viaggi cercando l’eldorado. Che poi saremmo noi, quell’eldorado. Noi che stiamo spesso a lamentarci, a guardarci l’ombelico. A prenderci cura di noi stessi, e a volte addirittura ad ammalarci per la troppa cura che dedichiamo a noi stessi. Mentre settantuno scendevano nel regno sottomarino dei fantasmi. Nell’abbraccio salato e ondoso del mare. Nessuno di noi vorrebbe finire così. Nessuno dei nostri antenati emigranti avrebbe voluto finire così. Cosa sta diventando la nostra terra? Cosa la stanno facendo diventare i movimenti dei popoli che non governiamo? Stiamo scavando fossati – come in un comune del Veneto – per non far sostare i camper di invasori zingari. Stiamo assistendo a naufragio dopo naufragio vicino alle nostre coste.
  Stiamo stipando rifugi per disperati. Stiamo diventando il Paese segnato dalla disperazione e dalle diverse rabbie. La rabbia di chi ci vive, e quella di chi ci arriva. Il ciclone di dolore muto, il maremoto silenzioso di morte alle nostre coste. E, al nostro interno, una preoccupazione crescente, che spesso si trasforma in risentimento, in ira. Cosa stiamo diventando? Ora che dopo le ferie si torna – magari da lontano, per chi se l’è potuto permettere – che Italia troviamo? Ora che stanno per aprire le scuole, le aule parlamentari, e a girare di nuovo a pieno ritmo fabbriche e uffici, che Italia vedremo e insegneremo? La riconosceremo? Ogni morte in mare, di uno o di settantuno, è una cicatrice sul volto della nostra ragazza Italia. È uno scuotimento ai suoi nervi, una ferita che se pur sembra cicatrizzarsi presto, nella dimenticanza invece la lavora dentro. La dura situazione che viviamo non la si può affrontare pensando di concentrarsi solo sui cosiddetti problemi di casa nostra.
  Perché le grandi questioni con cui si prova a fare i conti, spesso con realismo che non va scambiato con cinismo, e con senso di responsabilità, non possono essere misurate preoccupandosi solo dell’aiuola di casa. Perché quell’aiuola in cui, come diceva Dante, si può diventare «feroci», è visitata da problemi che hanno una storia e una radice che esce, e si nutre di pena e di complessità fuori dall’aiuola particolare. Facciamo bene a occuparci della nostra economia. E di quel che riempie di solito le pagine dei giornali di casa nostra. Però lo sguardo che vuole comprendere i problemi che ci affliggono non può limitarsi. Deve affrontare il mare. Guardare quel che il mare ci sta portando. Che ingovernabili movimenti umani ci stanno portando. Siamo in bilico.
  Occorre che specialmente i cristiani, con il loro carburante di speranza, non spengano i motori. Non vadano al minimo. Non si pensi di poter onorare la bellezza d’Italia, la dignità della vita in Italia, occupandosi di un perimetro breve. L’uomo che desidera il bene è attivo su tutto l’orizzonte. Anche perché se non tieni presente l’orizzonte, si perde la prospettiva, e lo sguardo si confonde. Si possono scambiare piccoli problemi per catastrofi, e non vedere invece quale grande prova ci aspetta e che sembra solo un puntino, una notizia che quasi non si vede… 
 

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