IL PD NON CONVINCE I MODERATI

Fra le varie possibili interpretazioni (culturali, politiche, tattiche…) dei dati elettorali delle ultime due settimane, ve ne è forse una che può svolgere una funzione di sintesi, contribuendo a spiegare sia eventi attesi (la vittoria del centrodestra alle politiche), sia altri inattesi (il risultato delle elezioni comunali a Roma) o in parte sorprendenti (le proporzioni del successo berlusconiano di queste settimane). Si potrebbe presentarla così, con una tautologia: la sinistra perde perché è sinistra. Detto meglio: perde perché è ‘solo’ sinistra, o almeno perché così finisce per apparire.
  Ad un anno dall’avvio dell’operazione che ha condotto alla nascita del Partito democratico, è infatti prevalente l’impressione che esso si sia tradotto in una vera e propria annessione a quanto restava del Pci (inteso come classe politica e struttura organizzativa, prima che come patrimonio ideologico) delle componenti già raccolte nell’ex Margherita, e in particolare della componente popolare. Certo, questa è in buona parte un’impressione, almeno se si guarda alla ripartizione fra le ex componenti dei deputati e dei senatori: qui gli ex popolari e gli ex margheritini sono significativamente rappresentati.
  Ma il tutto è stato ‘assemblato’ in un nuovo prodotto, raccolto sotto l’immagine di Walter Veltroni, che ha finito per presentarsi come l’ennesima riedizione della sinistra tradizionale.
  Certo: una sinistra rifondata in salsa riformista, ma non più quel centro­sinistra che aveva affrontato le elezioni del 1996, del 2001 e del 2006. Non a caso le proporzioni del consenso complessivo alle elezioni politiche finiscono quasi per coincidere con i dati dei progressisti del 1994 e – guardando più indietro – con quelli del Pci del 1976 e del 1984. E persino le aree di insediamento preferenziale del Partito democratico sembrano le stesse del vecchio Pci: la Torino (ex)operaia, le Regioni un tempo rosse del centro Italia, con qualche appendice in più in aree un tempo bianche come la Basilicata e il Molise (ove, però, il successo è andato a Di Pietro e non al Pd). Lo stesso riassorbimento della sinistra radicale il 13 e il 14 aprile si spiega in questa logica: il prodotto ‘Pd’ è risultato più ‘vendibile’ agli elettori dell’estrema, ansiosi di impedire, o quantomeno di ridimensionare, il successo berlusconiano, che a quelli moderati o centristi, che hanno trovato rifugio sulle rive dell’Udc (a sua volta probabilmente salassata di vecchi consensi, passati al centro-destra).
  Questa lettura, fra l’altro, spiega in parte anche l’inatteso dato romano dello scorso week-end.
  Apparentemente qui le cose sembrerebbero essere andate diversamente: vince la sinistra tradizionale alla Zingaretti in Provincia mentre in Comune perde il centrosinistra, rappresentato da quel Francesco Rutelli che era stato negli scorsi anni una delle punte più avanzate del dialogo fra quest’area politica e il mondo cattolico. Eppure proprio la sorprendente vicenda del voto disgiunto in molte zone della capitale – ove almeno 55 mila elettori hanno votato per Zingaretti alla Provincia ma non hanno scelto Rutelli al Comune – potrebbe confermare la lettura che qui si propone. Proprio perché il Pd attuale è, soprattutto nel suo elettorato, ‘solo’ una sinistra (senza centro), un candidato della parte moderata dello schieramento viene punito, forse proprio da quegli elettori della sinistra radicale che avrebbero sostenuto, nello stesso voto, un candidato diessino.
  Sul perché, poi, la sinistra-sinistra (o almeno quella che tale appare) sia destinata alla sconfitta in Italia (a differenza che in altri Paesi europei), si potrebbero fare molte ipotesi. L’unica lettura da escludere è quella che vi veda un dato contingente: esso è invece una costante della storia italiana del dopoguerra, confermata anche negli anni della Seconda Repubblica: e le elezioni del 1996 (vinte dall’Ulivo solo grazie alla divisione fra Polo e Lega, e al grande successo di quest’ultima) e del 2006 (vinte solo per un soffio alla Camera, ma perse, in voti, al Senato) ne sono la conferma ultima. Chi intende proseguire sulla strada del Pd così come è esistito sinora – quali che siano le sue strategie – non può che muovere da questi dati.

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