IL DISAGIO, IL 20% DEI GIOVANI NON HA UN LAVORO

Ci sono risultati di indagini statistiche che possono far discutere. E altre possono far arrabbiare. Ci sono, voglio dire, risultati di indagini statistiche – come ad esempio quelli che continuano a offrirci i candidati in campagna elettorale – che possono far scaldare gli animi. O altri che fanno divertire. Ma ci sono anche risultati che fanno restare in silenzio. Che fanno ammutolire. Di fronte ai quali è difficile riprendere la parola. Uno di questi è quello riportato in questi giorni dai giornali: quasi il 22 per cento dei giovani italiani non ha lavoro. È il peggior risultato tra i paesi europei del gruppo dei quindici. Poco consola che a livello generale la disoccupazione italiana sia meno di quella tedesca, o meno della media europea. Il fatto che siano così tanti giovani senza lavoro fa tremare. E ammutolire. Come quando si vede una cosa forse irrimediabile. Come quando si vede un precipizio che inghiotte. Perché se così tanti giovani non lavorano, significa che la vita dell’Italia è gravemente ammalata. Gli economisti riescono forse a tirar fuori qualcosa di intelligente da dire. E ieri il prof. Rosina, un demografo, ne ha dette alcune. I politici forse riescono a tirar fuori qualche parola, qualche altro slogan. Ma chi non è economista, chi non è niente se non un italiano, rimane con le braccia lungo i fianchi, desolatamente. Perché se più di venti ragazzi su cento non lavorano significa che stiamo andando all’indietro. E che tante delle energie migliori restano inerti, inoperose. Invece che impiegate vengono ripiegate. Ragazzi che vivono in ripiego. Non si sa bene cosa dire. Anche se si sa che evidentemente bisogna rimettere mano al sistema di formazione, all’intero welfare. E magari smetterla con tante ciance su falsi problemi. Come ad esempio il tanto decantato ‘precariato’, visto che le statistiche ci informano che oltre il 77 per cento dei contratti di lavoro è a tempo indeterminato. Non si sa bene cosa dire, ma si diventa insofferenti ai discorsi che non mettano a fuoco questo problema. Che non si concentrino su tale ‘questione giovanile’. Che è stata trattata in questi mesi e anni troppo superficialmente, tra battute e slogan, tra bamboccioni e precari. Mentre invece il disagio, anzi la malattia è profonda. Perché un giovane che non lavora è un giovane dimezzato. E bisogna capire se non lavora perché ha aspettative troppo alte (quanti mestieri ignorati, quante carriere pretese) o se anni di istruzione lo hanno reso solo più tonto.
  O se non ha un contratto perché non c’è lavoro, o non c’è un contratto adeguato.
  Insomma, si resta muti come di fronte a una ragazza che si veda invecchiare precocemente. Poiché il lavoro dei giovani è quel che ringiovanisce un paese. Non le loro scorribande, non gli aperitivi fuori dai locali per strada, o le birre in mano fino a tardi la sera, non una vita ipertecnologica e televisiva. È il lavoro che ridà vita a un uomo e a un paese, se quest’uomo conosce la dignità del lavoro. Ma se conosce la noia e il patema della disoccupazione, la sua esistenza avrà perlopiù il sapore della noia e del patema. Se non si fanno lavorare i giovani, se non si dà la possibilità di lavorare, se non lo si insegna, e se non si insegna la passione, la dignità; se insomma si indica il lavoro solo come una pena da fuggire e basta; se non si educano i ragazzi a lavorare, l’Italia semplicemente finisce. E come diceva un importante poeta non finisce con uno schianto, ma con questo lamento di disoccupati. Ed è la fine peggiore, persino peggio di una guerra.
  Perché dalla guerra ci si può risollevare, per amore, magari per ardore. Ma nella noia e nel patema d’essere senza lavoro e abbandonati da un Paese che si occupa d’altro è molto difficile che si conosca l’ardore. E una giovinezza senza lavoro è come un fiore soffocato. Un’aberrazione.
  Qualcosa che lascia senza parole. 
 

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