Chi a Catania ha rovinato tutto non ha l’ultima parola

Non ce l’avevano con noi, dicono i tifosi del Palermo. Era una cosa tra quei delinquenti e la polizia. Non ce l’avevano con noi palermitani, facevano la guerra alla polizia. Sicilia, il giorno dei funerali dell’ispettore di polizia Filippo Raciti. Dopo la festa rovinata. Finita male. Finita che peggio di così… Festa finita nella morte. E come dopo le feste che non vengono bene, che finiscono male, ci si sparpaglia, si borbotta, ci si lamenta. Ognuno dice la sua a denti stretti. Doveva essere una grande festa. Un’isola di orgogliosi che esibiva i suoi gioielli in lotta per una posizione che riempie d’orgoglio nel campionato nazionale. Nel gioco più bello del mondo. Doveva essere una gran festa. Per Catania addirittura una festa dentro la festa di sempre, Sant’Agata. Quelli che erano dentro, quelli che dentro lo stadio non stavano facendo la guerra avevano anche aperto lo stendardo enorme di lei, della Santa. Una santa da curva, popolare, come è giusto che sia una santa protettrice. Ma a quelli là fuori non interessava la festa. E non interessavano nemmeno gli avversari. Volevano far la guerra alla polizia, ma sotto la divisa ci son dei padri di famiglia.
A quelli non interessava la festa. Non interessava che l’isola dei mille problemi e dei mille tesori stava compiendo una grande gesto. Stava dando il segno di avere un orgoglio pulito, sportivo, gagliardo. Non interessava niente. Volevano la guerra e l’hanno avuta. Volevano il sangue e l’hanno avuto. Perché chi ha coltivato la violenza dentro di sé, vuole solo violenza intorno a sé. Chi è violento, arrabbiato non sopporta la festa.
Il povero, lo sfortunato può sopportare la festa. Vi trova anche un po’ di consolazione, semmai. Un po’ di luce, di svago per sé. Il povero, anche quello sepolto da tanti problemi non odia la festa. Magari non ride di gusto, sta un po’ velato in disparte . Il violento invece vuole solo violenza. Crede solo alla violenza. Vuole rovinare la festa.
E ora dopo che la festa è finita male, cosa si può fare? Certo, indignarsi. Certo, cercare i colpevoli della rovina e di quello stupido orrendo gesto, di quella demenza di colpire così a vanvera fino a rubare la vita di uno che sotto la divisa (e anche sopra) era un padre di famiglia. Certo, ora vanno presi i provvedimenti. La galera. Certo. Ma dopo una festa finita male, dopo una festa rovinata occorre che si alzi qualcuno e faccia vedere che ancora si potrà fare festa. Che chi l’ha rovinata non ha l’ultima parola. Oltre a ogni indignazione, giusta, e oltre a ogni giusto provvedimento, occorre che qualcuno mostri al popolo e a tutti che si potrà e si dovrà ancora fare festa.
Una festa che non dimentica, una festa che non è fatta di allegria scema, senza testa e senza cuore. Una festa che sia ancora una domanda a sant’Agata. Non solo come a uno stendardo da esibire, ma una presenza da richiedere nella vita. Perché da soli non riusciamo a proteggerci. E perché da soli ci muoiono le feste tra le mani… Dopo la festa finita chi riavvierà la festa? Chi avrà rispetto, concentrazione, fede, chi avrà la letizia che non dimentica il dolore, chi avrà la gioia pura nel cuore per invitare ancora a una festa.

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