Lo spazio Internet non è più esente da responsabilità

E così, dopo essere stata bersaglio di critiche – assieme ad altri protagonisti della Rete quali Microsoft e Yahoo – per la compiacenza con la quale vengono assecondate le pretese censorie dei governanti cinesi, Google finisce alla sbarra in Italia con l’accusa opposta: un “omesso controllo” che ha consentito libero accesso al video con le violenze al ragazzo disabile torinese, vittima di soprusi da parte di compagni di classe.
La vicenda non può certo essere chiusa con una battuta sul «giusto contrappasso», ma va affrontata col carico formidabile del problema che fa finalmente emergere. Tutto ben riassunto dal ministro Fioroni che ha commentato: «Il principio di responsabilità non può essere declinato a seconda del mezzo di trasmissione su cui viaggia un reato», e cioè severità se si tratta di carta stampata o tv, licenza assoluta se si tratta di Internet. Nessuno dubita che non sia affatto agevole imbrigliare un fenomeno che già oggi conta 100milioni di video ogni giorno scaricati attraverso YouTube, ma non crediamo che creare filtri efficaci sia impresa fuori dalla portata di chi in pochi centesimi di secondo è in grado di scodellare su scrivanie di ogni parte del mondo il risultato di ricerche condotte su miliardi di pagine e che, appunto, si è già cimentato con le pretese cinesi. Forse, per evitare che le sensibilità più suscettibili, molto diffuse tra i «devoti» della Rete, innalzino immediatamente delle Grandi Muraglie e alti lai a difesa della libertà minacciata, basta tenere presente che ciò di cui si chiede l’esclusione non è un qualsiasi «libero prodotto dell’ingegno», ma un corpo di reato, senza virgolette. Nel caso in questione i responsabili di Google hanno sottolineato che «non è un’impresa facile [individuare automaticamente i contenuti illega li], il filtro più importante è il controllo della comunità. Sono gli stessi utenti di Google che, appena vedono qualcosa di anomalo, provvedono a segnalarcelo». Ma non appare molto plausibile che un filmato, arrivato a collocarsi tra i più scaricati, non fosse stato visto da alcun responsabile di Google, come ugualmente poco credibile è che nessun internauta avesse usato l’opzione “contrassegna come non adatto”, proponendone così a Google la rimozione, e che per espellere il video dalla Rete sia stato necessario attendere l’intervento della Polizia.
Ora spetta alla Magistratura accertare le effettive responsabilità e al Parlamento integrare la normativa che è manifestamente carente per quanto riguarda i nuovi media. Nel frattempo l’iniziativa dei giudici, sollecitati dalla denuncia dell’associazione Vividown, avrà – ci auguriamo – un benefico effetto deterrente, inducendo sia chi ha velleità di regie sciagurate, sia chi offre accomodanti scivoli di visibilità sul palcoscenico Web del mondo, a stare un po’ più attento, a mettere in conto che l’impunità non è più garantita.
Resta un’ultima domanda: quanta distanza c’è tra il rendere disponibile quel video ora incriminato, e pubblicizzare – come fa un grande quotidiano nazionale – il filmato dell’«impresa» degli sciagurati che in moto sfrecciano in autostrada a 200 all’ora, con sorpassi folli, zig-zag, impennate…?

 

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