Sicilia virtuosa, scelte controcorrente

Spesso del Meridione, e della Sicilia in particolare, si è costretti a parlare in occasione di gesti criminosi oppure, simmetricamente, di operazioni delle forze dell’ordine volte a reprimerli. Per quanto in buona parte imposta dalla cruda realtà, l’immagine dell’Isola che ne risulta finisce per essere unilateralmente negativa e forse, come tutto ciò che è unilaterale, non del tutto veritiera. È un’esperienza che tutti i siciliani almeno una volta hanno fatto, recandosi all’estero, quella di sentirsi chiedere a bruciapelo, da persone appena conosciute: «E la mafia?». Sembra quasi che i fenomeni patologici della società siciliana, magari ingigantiti e coloriti di una componente folkloristica, siano riusciti a imporsi, nell’immaginario collettivo, al punto da oscurare tutto il resto. Può essere significativo, in questo contesto, riferire, una volta tanto, di comportamenti positivi, non eroici – guai alla comunità civile che ha bisogno di eroi e di martiri! – , ma semplicemente, ordinariamente virtuosi. Nulla, insomma, che non possa essere imitato e riprodotto da altri, dalla gente normale, che non aspira a un monumento o a una lapide (anche perché quelli di solito si fanno post mortem), ma soltanto a una vita normale. Ed è una scelta normale, ma non per questo meno ammirevole e costruttiva, quella di alcuni giovani laureati di Piazza Armerina, Gela ed Acireale i quali, nell’ambito del Progetto Policoro, hanno deciso di rinunziare a cercare fortuna emigrando in altre regioni d’Italia – in particolare del Nord -, e di rimanere in Sicilia, nei loro rispettivi paesi, per impegnarsi a creare opportunità di lavoro, per sé e per altri, nel loro ambiente d’origine. Così, utilizzando talvolta beni confiscati alla mafia, i giovani di cui parliamo hanno dato vita a cooperative e avviato iniziative economiche di varia natura, coinvolgendo anche altre persone. Conferisce a queste iniziative un particolare significato il fatto che tra coloro che sono stati chiamati a parteciparvi ci siano soggetti svantaggiati – ex detenuti, ex tossicodipendenti -, soggetti, cioè, che alle normali difficoltà occupazionali univano quella, specifica, legata alla loro storia. In questi ultimi anni la fuga di cervelli dalla Sicilia ha assunto ritmi preoccupanti. Dopo avere impiegato ingenti risorse per formare persone qualificate, l’Isola se le vede sfuggire, subito dopo il diploma di scuola secondaria superiore o appena conseguita la laurea. I motivi sono tanti, ma fondamentalmente possono ricollegarsi al fatto che, altrove, le opportunità, specie in campo lavorativo, sono decisamente maggiori. Tende a determinarsi, così, un circolo vizioso: se le persone, più preparate, più dinamiche, più intraprendenti, vanno via, la situazione non può che deteriorarsi ulteriormente, favorendo un esodo ancora più massiccio dei migliori. La scelta dei giovani del Progetto Policoro ha il grande merito di rompere questa consequenzialità perversa, inaugurandone una virtuosa: restare per loro significa, infatti, non soltanto compiere un gesto di fedeltà alla propria terra e alla propria gente, ma anche imparare a valorizzare le risorse locali, che pure ci sono, inaugurare un stile nuovo di intraprendenza e di intelligente operosità, avviando dal nulla processi produttivi efficienti, aprendo prospettive per tutto il territorio, dando occasioni a chi si riteneva escluso. È la stessa logica dei ragazzi che, a Palermo, hanno cominciato in pochissimi la lotta contro il pizzo, riuscendo gradualmente, con il loro coraggio e la loro tenacia, a coinvolgere commercianti, imprenditori, forze sociali. A fronte delle croniche carenze della classe politica, in Sicilia sta cominciando a muoversi la società, ricostruendo dal basso un tessuto non solo economico, ma sociale e civile. Sono solo segnali, ancora frammentari, di una realtà nuova, che faticosamente comincia ad emergere. Ma è così che si costruisce il futuro.

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