Morti per errore medico, chiarezza e non nebbia

La notizia ci piomba addosso come un pugno in pieno viso: i pazienti che muoiono per un “errore medico” sarebbero 30mila ogni anno, circa 90 al giorno. La denuncia esce dal Convegno nazionale dell’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e fa l’effetto di un tizzone ardente accanto a un barile di polvere. Si può immaginare l’angoscia dei malati e dei loro familiari, lo scrollone da terremoto sull’impianto del Servizio sanitario nazionale, in una repubblica che “tutela la salute come diritto dell’individuo e interesse della collettività” (art. 32 Costituzione). Ma è la verità o si stanno dando i numeri? L’allarme viene da fonte medica, e ci impensierisce; i convegni di medicina, di solito, elaborano dati scientificamente validati, o almeno così dovrebbe essere. Ma gli altri medici non ci stanno; protesta l’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri italiani: “non c’è alcun fondamento statistico e scientifico”, c’è solo il danno di un “clamore mediatico”. Sarà, ma i media non inventano, riportano l’enunciato catalogo delle stragi sanitarie, detto dagli oncologi: il 32% nelle sale operatorie, il 28% nei reparti di degenza, il 22% nelle urgenze, il 18% negli ambulatori. La cosa più singolare è che la denuncia è vecchia, e dunque il clamore è in ritardo. Nella rivista dell’Aiom n.12 del marzo 2005 si leggevano esattamente le stesse cose. Cito: “Decessi da errore medico o sanitario. Tra 14 mila (secondo l’Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani – Aaroi) e 50 mila persone (secondo Assinform, editore di Rischio Sanità) muoiono per errori compiuti da medici o causati da una non adeguata organizzazione delle strutture sanitarie. Una stima realistica si pone tra 30 e 35mila”. Ma non basta: sul Corriere della Sera on-line del 17/09/2004 si pubblicavano le identiche cifre. Perché in due anni nessuno si è svegliato, allora? Si tratta di stime, mediate su altre stime. La verità scientifica vuole statistiche verificate, fonti provate. Anche l’Ai om sa e dice che i dati a disposizione, da noi, sono pochi. Leggo altrove che se si proiettano sui ricoveri italiani gli studi fatti in Usa (là gli errori medici sono stimati pari al 4%) le cifre tornerebbero. Sullo sfondo intravedo forse anche un problema di mercato assicurativo, a protezione del rischio medico per la responsabilità di fronte agli “eventi avversi” (con 12-15 mila cause all’anno nei tribunali). A questo punto è necessario, a livello di ricerca e di pubblico governo, superare le approssimazioni delle stime, utilizzare la scienza statistica, l’epidemiologica e un serio monitoraggio degli eventi avversi, per conoscere, per capire, per censire, per avere certezze, per prevenire. Non è una retata nella nebbia a rastrellare malpractice, sempre e dovunque; è la serietà di un “risk management” sull’intero comparto sanitario, ciò che ora s’impone. E ancora s’impone alla coscienza degli operatori sanitari e a chi ne organizza il servizio di rammentare che non è un lavoro qualunque quello che si svolge sulla salute e sulla vita altrui, affidata alla loro capacità e – più che diligenza – dedizione. Certo la medicina non è onnipotente, e conosce quotidiane sconfitte anche senza errore; gli uomini poi sono fallibili tutti, medici compresi. Ma la prevenzione e la riduzione del rischio, nell’attività e nel management sanitario è ciò che il progetto-salute richiede senza indugio, non solo per la fiducia dei pazienti, ma per la sua stessa dignità etica.

 

 

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