Sbarchi a Lampedusa. Drammi che ci tormentano

Li vediamo sbarcare stremati a Lampedusa, o riversi immobili sulle barche dei soccorritori, quando il mare una volta ancora ha ingoiato i loro navigli in un naufragio. Hanno facce di uomini, e di bambini, e anche nella smorfia della morte leggiamo in quei lineamenti una tensione disperata. Noi che pure sappiamo della miseria degli altri mondi, fatichiamo a capacitarci di come si possa buttarsi nel Mediterraneo nero, di notte, e far rotta verso il più incerto dei destini avvinghiati a un vecchio gommone. In quelle stesse acque incrociano le vele e i traghetti delle nostre vacanze, ma come senza mai incontrarsi, se non quando un barcone fuori rotta scaraventa su una spiaggia di Ibiza i suoi naufraghi, e attoniti turisti li dissetano allora con la loro Coca Cola, li avvolgono di asciugamani, riconoscendoli finalmente uomini uguali a sé. Ma altrimenti i clandestini alla deriva sotto il sole d’agosto, altri da noi, ci appaiono, né comprendiamo fino in fondo quale disperazione li spinga. Per sfidare, pur di fuggire, la terribile morte del mare. “Altri”, per cui proviamo pietà – ma anche, e non in pochi, una sorta di cinico fastidio. Immigrati? Ancora? Potevano bene restare a casa loro. Altri da noi, comunque, se questo massacro senza cannoni ci passa davanti, e noi stiamo a guardare. Turbati al più da un’oscura sensazione di assedio: arrivano, non smettono mai d’arrivare a casa nostra. Ed è probabilmente, come spiegano alcuni analisti politici, colpa di Gheddafi, che usa e spinge questa pressione contro l’Occidente. E tuttavia c’è dell’altro, c’è a spingere gli immigrati clandestini una disperazione che noi non vogliamo sapere davvero. “Altri” da noi, dunque, per quella sfida estrema che li costringe. Non ne abbiamo forse, anche solo per questo, un poco di paura? Uomini che hanno patito ogni sofferenza, disperatamente decisi a continuare a vivere su questa nostra terra conquistata tanto a caro prezzo. Poi, sbarcati, sfamati, rivestiti, tanti di loro abitano le nostre cit tà. Quella massa disperata è diventata gente del quartiere. I vicini di casa, i figli a scuola con i nostri. Badanti, fattorini, operai. Brava gente, quasi tutti, carica di ragazzini e di debiti, come i nostri migranti del Sud di non molti anni fa. Gli italiani hanno pochi figli, gli immigrati riempiranno i vuoti, dicevano pochi anni fa i demografi, quasi fosse tutto così lineare, così semplice. Ma gli uomini non sono numeri. Non si travasano come acqua, non si allineano quieti quasi che un’origine o una cultura fosse uguale all’altra. Forse il bilancio demografico del Nord-Est si andrà appianando, ma tra i nuovi arrivati c’è una madre islamica che, davanti alla figlia uccisa, non condanna il marito: «Hina non era una buona musulmana». Quella madre visceralmente legata alla sua cultura ora vive in Italia, e altre centinaia o migliaia come lei. E l’urto col nostro mondo si macchia anche di altri episodi e comincia a mostrarsi nella sua durezza, oltre il mito di una facile “società multietnica”. Gli “altri” delle coste di Lampedusa, restano, e non raramente, “altri” da noi nei quartieri delle periferie. E non si può non vedere un sotterraneo sgomento farsi strada, anche in chi razzista non è affatto. Per vivere assieme, occorrerebbe amare davvero, insieme, qualcosa. Qualcosa di così grande e bello che anche i nuovi venuti ne siano almeno in parte conquistati. È ciò che è accaduto nei secoli nel gran mescolarsi di barbari e stranieri dell’Europa cristiana. Ma noi siamo ancora certi come allora? Siamo capaci ancora di accogliere tutti, e farne, nelle diversità, un popolo? Non è razzismo – è un’inquietudine che ci pervade.

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