Lo stato d’animo dei tifosi nell’ultima di campionato

Nel film “L’ultima spiaggia”, diretto da Stanley Kramer nel 1959, la terza guerra mondiale risparmiava soltanto l’Australia. Ma per poco. La nube radioattiva avanza inesorabile, tutti sono condannati, è solo questione di tempo. Oggi pomeriggio l’ultima spiaggia sarà al San Nicola di Bari, al Bentegodi di Verona, al Meazza di Milano. Dove saranno in scena la Juventus, la Fiorentina, il Milan. E le altre, tutte le altre squadre del pianeta calcio morente. Con i tifosi come gli australiani del film. Lavorano, mangiano, dormono, guardano il tramonto e scrutano il mare all’orizzonte sapendo che la Nube avanza inesorabile. E si chiedono: che senso ha tutto ciò? Si può soffrire e gioire dentro uno stadio, o seduti davanti al televisore, con la Nube che incombe?
Eppure gli australiani lavorano, mangiano e dormono. E scrutano l’orizzonte, come sempre. Così i tifosi. A decine di migliaia in questo momento stanno trasmigrando attraverso la penisola, gli juventini da Torino, e da tutta l’Italia, verso Bari; i fiorentini verso Verona stando ben attenti a non entrare in collisione con i romanisti in viaggio verso Milano. Che altro possono fare? Quando la Nube incombe, anche il cervello si rannuvola. Ieri il sito dei tifosi di una squadra indagata sondava lo stato d’animo dei fan. Tre su dieci si dicevano “confusi”, pochi di meno “moderatamente speranzosi”, quasi due su dieci “rassegnati al peggio”. Ma meno di uno su dieci era “disamorato”. Proprio come sull’ultima spiaggia, dove il sommergibilista Gregory Peck non smette di amare Ava Gardner, anche se il loro amore non ha futuro perché non c’è sole alcuno dietro la Nube. Confuso, confusissimo amore.
Amano perché non possono farne a meno i coatti della curva, i forzati della gradinata, quelli – e sono tanti, tantissimi – che hanno investito troppo nella loro insensata passionaccia per poter, di punto in bianco, dire basta. Alcuni hanno appiccicato la passione addosso ai figli coscientemente. Non si denuncia fin troppo spesso che il virus delle nuove generazioni è l’insufficienza emotiva, l’anestesia del cuore, l’incapacità di soffrire e gioire? Ebbene, che c’è di meglio di una squadra di calcio, che vince e perde, per imparare a soffrire e gioire, allenando le emozioni, lasciandole fluire e imparando così a governarle? Si dice che la modernità fluida esige che nulla sia per sempre; e allora contrastiamola anche con il forever impresso sulla sciarpa con i colori del cuore.
Sono (erano?) soltanto fantasie di cui uno psicologo sorriderebbe, forse. Ma adesso c’è la Nube, e noi che facciamo? Niente, non facciamo niente. Continuiamo ad amare e tifare perché altro non sappiamo fare, osservando i pochi che svendono il biglietto già acquistato perché “schifati” non sapendo se provare invidia per la loro capacità di dire basta, oppure disapprovazione per il tradimento. Se l’amore è per sempre, che sarà mai una Nube? Mentre tutto crolla, quell’amore è l’ultima certezza a cui abbarbicarsi. Così i tifosi d’Italia si preparano a vivere l’ultima domenica, l’ultima spiaggia, tenendosi per mano come Gregory Peck e Ava Gardner dinanzi al tramonto letale. Tifano, ma con un infinito senso di mestizia nel cuore. Esultano, ma con un gusto amaro in bocca. Chissà, magari scoppierà un temporale purificatore che dissolverà la Nube, magari il sole splenderà ancora. Sia fatta di noi la volontà dell’Ufficio Inchieste.

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