Barcellona. Il boss D’Amico vuota il sacco, ai magistrati avrebbe parlato di 45 omicidi

BARCELLONA – Sarebbero 45 gli omicidi di cui ha parlato il boss pentito Carmelo D’Amico, molti dei quali vissuti in prima persona. Lo avrebbe raccontato ai magistrati della Dda di Messina, che da qualche settimana lo stanno interrogando. Il pentimento del capo del braccio armato della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi” che agli inizi degli anni 90 è riuscito a costituire un gruppo di fuoco che successivamente ha rappresentato un temibile esercito del terrore, apre una pagina di orrori che troppo in fretta è stata rimossa dalla memoria collettiva per far spazio alle celebrazioni della “mafia degli altri”, quella degli omicidi eccellenti eseguiti a Palermo lontano dall’orrori che han no invece interessato la Città del Longano. Carmelo D’Amico che grazie al fragore delle armi che hanno causato i più efferati delitti è riuscito a controllare il racket delle estorsioni e la gestione di discoteche e locali di intrattenimento sparsi da Milazzo a Capo d’Orlando, sta vuotando il sacco attribuendosi, così pare, in alcuni casi sparizioni con il sistema della lupara bianca ed omicidi che prima e dopo il delitto del giornalista Beppe Alfano, il cui sacrificio ha rappresentato uno spartiacque nella lotta alla mafia, hanno insanguinato le strade di Barcellona e dei paesi dell’hinterland. Tra i 45 omicidi di cui racconta D’Amico si chiamano in causa anche numerosi componenti del gruppo di fuoco oltre ai mandanti della cupola mafiosa, ai quattro casi di lupara bianca per i quali continua la campagna di scavi tra le contrade di Barcellona e lungo il torrente Patrì (nella foto)ì; e c’è anche l’uccisione di tre giovani di Barcellona fatti sparire a Belpasso in provincia di Catania.

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