RIFLESSIONE. La lite a Messina tra medici in sala parto, curare è una missione: si torni a insegnarlo

Ci sono casi della vita in cui il male irrompe nelle vicende degli esseri umani per circostanze imprevedibili e inevitabili. Qualcuno parlerà, allora di destino, altri di caso, qualcun altro ancora chiamerà in causa l’imperscrutabile volontà divina. Più spesso di quanto sembri, però, a introdurre il male nella storia – in quella, con la S maiuscola, dei popoli e delle civiltà, o in quella, più umile ma non meno reale, delle singole persone – sono gli uomini stessi, con le loro scelte e i loro comportamenti. La vicenda del Policlinico di Messina, in cui, in sala parto, una donna e il suo bambino hanno subìto danni irreparabili per il colpevole ritardo con cui i medici li hanno assistiti, è un esempio eclatante di questa tragica verità.

Di solito, quando si parla di responsabilità umane in campo medico, ci si riferisce a quella “malasanità” che ha pur sempre, a monte, scelte e comportamenti sbagliati, ma che immediatamente si manifesta nella carenza delle strutture ospedaliere, nella mancanza di un’adeguata organizzazione, nelle disfunzioni dei servizi. In questo caso, invece, il fattore umano è in primo piano direttamente, in tutta la sua evidenza. Non siamo tra coloro che vogliono assecondare il sempre più diffuso clima di aggressività nei confronti dei rappresentanti della professione medica e che, ad ogni esito infausto, vanno a caccia del “colpevole”. Una moda – legata a volte a speculazione di carattere economico – che rischia di avvelenare il clima dell’ambiente sanitario e di far crescere a dismisura un certo stile “difensivo” – per esempio scegliendo la via del parto cesareo, di solito più sicuro rispetto a quello naturale – da parte dei medici, per evitare contestazioni anche a livello legale. È vero, però, che l’episodio di Messina, anche per chi non intenda cadere in questa trappola, costituisce un serio invito a riflettere sui requisiti umani che un uomo o una donna, a cui viene affidata la vita e la salute delle persone, devono possedere.
 
La crisi del concetto di “vocazione” e di quello, corrispondente, di “missione”, a cui abbiamo assistito in questi ultimi decenni, ha colpito certamente tutte le professioni. Alcune, però, per la loro stessa natura, ne sono state toccate più profondamente. Quella di insegnante, per esempio. Se ne vedono gli effetti devastanti in una scuola di cui sarebbe superficiale ridurre tutti i problemi a fattori economici. La professione del medico è un’altra che non poteva non risentire di questo venir meno del quadro di valori tradizionali e della difficoltà di sostituirli con dei nuovi. Folle sempre più numerose di giovani si presentano ogni anno alle prove di selezione per l’ammissione alle facoltà di medicina. In questi giorni c’è chi mette in dubbio – probabilmente anche con valide ragioni – lo strumento adottato per tale vaglio preliminare. Ma c’è qualcosa che nessuna selezione potrà mai verificare, perché non attiene né alle competenze né alle capacità logiche dei candidati, ed è il loro senso di responsabilità nei confronti della professione che voglio abbracciare e delle persone a cui dovranno prestare il proprio servizio.

Troppo spesso la molla che porta un ragazzo o una ragazza a intraprendere questa strada è solo l’idea di potersi in essa realizzare, trovando una lavoro gratificante sia sul piano economico che su quello intellettuale. Ma la medicina – come qualunque altra professione – non è nata perché i medici si realizzino. Il suo obiettivo è di aiutare gente che soffre a guarire. L’autorealizzazione è una componente importante di qualunque scelta umana, ma in questo caso, almeno, non può essere l’unica. Essa deve scaturire, se mai, dall’aver assolto bene il compito primario ed essenziale, che non può essere quello della propria soggettiva gratificazione. Misconoscere questo significa stravolgere il senso del lavoro umano, in tutti i campi, ma in modo particolarmente rovinoso là dove sono in gioco la vita e la morte delle persone. Al di là delle responsabilità specifiche dei protagonisti del caso di Messina, che sono gravissime, non bisogna dimenticare che questo ne è lo sfondo. Ma a questo livello, dicevamo, non c’è prova di selezione che valga. C’è una cultura sulle cui derive cui tutti, forse, dovremmo riflettere. Per non limitarci a “sbattere il mostro in prima pagina” e combattere piuttosto la potenza del male alle sue radici.

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