Messina, i 34 anni di Telefono Amico dedicati alla solitudine: percezione di una dimensione “inconfessabile”

MESSINA – Inconfessabile, non perché vergognosa, ma solo perché nessuno di noi vorrebbe che esistesse. Con queste parole prende forma la prima definizione di solitudine, durante il convegno “Ascoltare le emozione e il silenzio della solitudine”, che Telefono Amico Messina, in occasione del suo 34° anniversario (che ricorre domani), ha dedicato all’approfondimento multidisciplinare del disagio da isolamento. Un viaggio attraverso immagini, parole ed esperienze diverse, misurate di volta in volta dal goniometro di un differente punto di osservazione, per convergere infine sulla necessità di esplicitare in un contatto, in una relazione, in un “cenno” all’altro ciò che è sintomo e radice di questa solitudine. Ad aprire i lavori il presidente di Telefono Amico Ennio Marino che, nel constatare quanto i tempi che viviamo aggravino le sensazioni di incertezza e precarietà per l’individuo, ha sottolineato il ruolo delle associazioni “in una città piena di contraddizioni come Messina, dove fare volontariato significa essere coscienza critica di ciò che non va”.
Il secondo a parlare è l’artista-mecenate Antonio Presti, recentemente insignito della cittadinanza catanese ad honorem. Il “padrino” di Fiumara d’Arte ha portato la sua vita ed il suo impegno a contributo ed approfondimento degli aspetti di una solitudine che lui stesso ha provato, sin da giovane, nel perseguire la sua eterna ricerca del bello. Un bello artistico che trova fonte ed ispirazione nell’anima e sua naturale concretizzazione nella politica: “Non una politica autoreferenziale al suo potere ma il donare bellezza come atto eversivo: tu cittadino devi riconquistare la tua coscienza civile con la bellezza della tua anima. Fare e non chiedere per non diventare succube”. Presti ha lasciato raccontare alla voce di un bambino, narratore scelto per il video descrittivo della sua ultima impresa, cos’è accaduto al quartiere Librino di Catania, dove una Porta della Bellezza, costruita da artisti e bambini, unita al progetto di sostituire immagini del volto dei cittadini alle facciate cieche dei palazzi, è giovata a dimostrare che cambiare le cose, a volte, è possibile.
Il contributo della letteratura ai lavori è firmato Elita Romano e Adalgisa Monreale. La prima, autrice del romanzo “Una sola storia”, ha spiegato in che modo è riuscita a dar voce alla solitudine di uno dei suoi personaggi rimasto, fino ad un certo punto della narrazione, in ombra. “Sono io a rubare le emozioni ai miei personaggi – ha detto – e loro si prendono il loro spazio narrativo. Rosa ed il figlio Francesco sono protagonisti di uno sfogo che è un invito, per tutti quelli che vivono un disagio, a trovare la forza di fare una scelta coraggiosa”. Alla seconda, docente di letteratura, è toccato l’arduo compito di riassumere in pochi cenni il percorso della solitudine attraverso le opere dei grandi autori del passato, distinguendo preliminarmente fra diverse forme di isolamento, da quello voluto dell’asceta a quello subìto: “Dall’Achille dell’Iliade, alle tragedie di Sofocle, fino alla solitudine di Robinson Crusoe ed a quella collettiva di Lost. Il Giobbe biblico a cui pesa il silenzio di Dio, Medea, Didone, ed ancora in Ovidio, Seneca, passando per la solitudine come terapia di Petrarca, la solitudine dell’esteta da Oscar Wilde a D’Annunzio. Per Sciascia solitudine è ciò che caratterizza il vero scrittore. Fino al recente romanzo La Solitudine dei Numeri Primi, una dimensione esistenziale che già Quasimodo aveva esteso all’intera umanità”. Infine il prorettore Francesco Gatto ha completato l’excursus con un dinamico intervento di carattere pedagogico: la sua lettura contemporanea della solitudine parla di ragazzi kikimoro, incollati ai computer perché società e famiglia non riescono più a rispondere alle loro esigenze. Il nodo, secondo Gatto, consiste nell’incapacità tipica di quest’epoca di instaurare una relazione, un contatto, a partire dall’ambiente familiare, in cui si è persa l’abitudine di negoziare tra genitori e figli, a volte, persino di comunicare. “La solitudine che non è un fatto oggettivo, ma che dipende sempre dalla percezione dell’individuo, si supera con l’ascolto, non solo acustico, ma emozionale”. Gatto conclude i lavori con la lettura di una commovente testimonianza di una madre di disabile che “visualizza” il suo senso di solitudine in una immensa croce, sormontata dal peso di chi vive intorno a lei, che grava sulle sue esili spalle al solo scopo di farla soccombere. Perfino Jovanotti trova spazio fra le parole di un moderno prorettore che conosce i moderni mezzi di comunicazione come Facebook e ne sfrutta le potenzialità: sue le parole conclusive che identificano il terrore principe del nostro tempo “l’unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente”. Presenti fra il pubblico e fra i “relatori” anche gli studenti del Liceo Spirito Santo: l’artistico con una mostra di opere dedicate alla solitudine, caratterizzate da un’arte profonda e da una tecnica già determinata, lo scientifico con una presentazione multidisciplinare del tema solitudine, che perfino in materie come la Fisica riesce a stabilire che non c’è al mondo “vuoto assoluto”. Basta un granello, una mano tesa, una voce che ascolta.

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