Un salto indietro di 50 anni Il ragazzo che rinuncia a studiare per aiutare la famiglia

Indietro tutta, italiani. O avanti tutta ma a passo di gambero. Indietro di 50 anni secchi o giù di lì. Avantindré all’Italia dei nonni, quando era normale, per un ragazzo dotato, rinunciare agli studi e mettersi a lavorare per aiutare la famiglia. Avanti all’indietro nell’Italia che fu; all’Italia narrata da certi vecchi dall’occhio vispo e la mente acuta, gente che pur avendo fatto grandi cose nella vita partendo dal niente oggi ti confida che il suo maggior rammarico non è non aver fatturato un milione in meno, ma non aver potuto studiare: la cultura – ti dicono – quanto rimpiango di non essermi fatto una cultura come sarebbe piaciuto a me.

Che alcuni, forse molti studenti appendessero i libri al chiodo non per scarsa voglia, ma per le precarie finanze familiari, lo sospettavamo. Ma ieri, grazie ad un benefico effetto domino, lo sappiamo per certo. Una preside di Rovereto, a due passi dalla civile e istruita Trento, racconta a un quotidiano locale che un suo studente di 17 anni, uno bravo, uno con la media del 7, le ha confidato: hanno licenziato papà, mamma ha uno stipendio magro, devo aiutare la mia famiglia: non ci sono alternative, addio. Pare che oggi svolga lavori interinali. A questo punto interviene l’assessore provinciale Marta Dalmaso: un caso grave, che pure fa onore al ragazzo; approfondiremo la cosa, possiamo intervenire. E, su su o giù giù, da Rovereto la notizia slitta fino a Roma, in viale Trastevere, dove il ministro Maria Grazia Gelmini promette il suo interessamento.

Ma sì, forse Marco (nome di fantasia) potrà continuare a studiare lavorando; o a suo padre verrà offerta un’occupazione; o sua madre avrà l’aumento. Lui sarà a posto e scopriremo – perdonate la punta polemica – che perfino la stampa quotidiana, se si risolleva dal vizio autopunitivo del gossip e da certo recente ciarpame sessuocentrico, può essere utile a ripristinare la giustizia. Ma quanti Marco ci sono in giro per l’Italia, di cui non sappiamo niente? E quanto ci vorrà, purtroppo, perché i Marco non facciano più notizia, e un ragazzo che non ha soldi per studiare diventi un fatto “normale”, ineluttabile, fatale come mezzo secolo fa, di nessun interesse come mezzo secolo fa?
Triste, tristissimo sarebbe quel Paese in cui studiassero soltanto i figli dei ricchi, e se sono scemi pazienza, mentre i figli dei poveri stentano, e se sono geniali pazienza. Sciagurato quel Paese che non comprendesse come i suoi figli siano la sua prima, imprescindibile risorsa; e la sperperasse; e non si curasse dei suoi giovani se non come consumatori da lusingare o potenziali contestatori da temere e neutralizzare, appunto, avvolgendoli di mode cerebropiatte e bieco pataccume spacciato per musica, letteratura e cinema.

I giovani italiani sono la prima risorsa dell’Italia, non una minaccia per gli adulti, non un fastidio per gli anziani. Ogni giovane brillante costretto ad emigrare; ogni giovane intelligente e generoso indotto ad abbandonare gli studi; ogni giovane perso è un colpo al cuore alla nostra possibilità di avere un futuro. Non capirlo è un atto di miopia grossolana. Non investire risorse qui, tra i giovani e per i giovani, nell’educazione, nell’istruzione, è un atto sommo di autolesionismo suicida.

Se fossimo il dottor House, sanzioneremmo: Marco da Rovereto è il paziente zero. Sbrighiamoci, prima che l’epidemia dilaghi, prima di non poterli più contare.

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