Messina alluvione. Le testimonianze choc degli sfollati scampati dall’inferno di acqua e fango

di Umberto Gaberscek

ALI’ TERME (Messina) – Nei due alberghi di Alì Terme, ‘’Terme Marino’’ e ‘’Magnolia’’ ci sono complessivamente circa 80 sfollati provenienti da Scaletta Zanclea, Guidomandri Superiore e Scaletta Superiore. Vengono trattati dal personale come se fossero dei familiari. Ogni mattina l’infermiera Rosaria Cofano, che fa parte del gruppo dell’assistenza domiciliare agli anziani del Comune, misura pressione e tasso glicemico, anche se, come ci fa capire, il problema vero di questa gente è quello di ritrovare una normalità di vita. Ma ci vorrà del tempo.
‘’Io e mia moglie abbiamo vissuto in quell’inferno per parecchie ore. Eravamo certi di non uscirne vivi e avevamo accettato il nostro destino. Insomma, rassegnazione di fronte a quello che ci sembrò la fine del mondo’’. Ce lo racconta Raimondo Rizzo, 43 anni, e la moglie Mariarita De Francesco, che vivevano in una casa di Scaletta Zanclea,  vicino al castello Rufo Ruffo, e il cui terrazzo si è spezzato in due. Adesso la coppia è ospite nell’hotel  Terme Marino, assieme ad altri 40 sfollati. ‘’Ricordo – dice Rizzo – uno strano silenzio, rotto da quel diluvio di pioggia. Nel greto del torrente Foraggine non c’era traccia d’acqua. A un certo momento la vallata venne illuminata da un fulmine, seguito dal fragore di un tuono. E poi, un boato sinistro, di morte, e la fiumara scese verso valle con furia inaudita, trasportando massi enormi, fango e pietre. Un’onda gigantesca, una specie di tsunami. L’acqua, infatti, non era defluita subito a seguito di alcune frane che avevano ostruito l’alveo, formando così una vera diga, che esplose liberando l’immenso lago che si era formato. Adesso siamo qui e non sappiamo cosa fare e dove andare’’. Rizzo e la moglie ci chiedono quando potranno tornare nella loro casa, che cosa si sta facendo di concreto. ‘’Viviamo come se non avessimo più una identità e l’incertezza del futuro ci affligge. Anni di lavoro per niente’’. Ad ascoltarci c’è Giovanni Auditore, 88 anni, ex poliziotto. ‘’Ho vissuto 60 anni a Torino. E dopo la morte di mia moglie sono rientrato nel mio paese. Ho casa nella zona di Foraggine, poco distante dalla macelleria Bellomo, che è stata invasa dal fango. Conoscevo molte delle vittime, erano vicini di casa, amici. E’ stato uno choc nel vedere quello scenario apocalittico, con gente che vagava senza un punto di riferimento tra fango e macerie. Voglio tornare a vivere lì, tra le mie cose, in mezzo alla gente che conosco. Sa dirmi qualcosa – aggiunge il signor Auditore con un pizzico di commozione – se la strada per raggiungere il cimitero è stata riaperta, perché se dovessi morire adesso dove mi portono? Voglio riposare assieme ai miei familiari’’. E tra gli sfollati un neonato, Francesco di Guidomandri Superiore, nato a Messina proprio il 1. ottobre. E’ il simbolo della vita che continua: ‘’Sono salva grazie al mio bambino –  racconta la mamma Nancy Cacopardo -. Se avessi ritardato il parto di qualche giorno rimanendo a casa saremmo morti entrambi. Adesso ho tanta paura. Sono sufficienti poche gocce di pioggia per mettermi in apprensione. Il futuro? Vedremo. Io e mio marito siamo pronti a ricominciare la vita daccapo’’ Un’altra giovane mamma nell’albergo Marino ha in braccio il figlio di pochi mesi al quale canticchia una ninna nanna. E da Guidomandri Superiore proviene anche la signora Maria Fucile, 77 anni, che incontriamo nella hall dell’albergo ‘’La Magnolia’’. E’ seduta sul divano, in silenzio e con lo sguardo fisso nel vuoto. ‘’Che devo dire? Abbiamo tutto, la casa e il giardino inghiottiti dal fango. Non vedo l’ora di tornare in paese, lì sono nata e lì voglio finire i miei giorni. Avevamo i nostri attrezzi per la campagna, le galline, bottiglie di pomodoro. Non riesco a rassegnarmi. Quel 1 ottobre ci ha sconvolto. Terra e pietre dappertutto. Io e mio marito ci siamo salvati perché eravamo al secondo piano. Qualcosa del genere era successo due anni fa, ma niente è stato fatto per mettere in sicurezza le colline, le strade. Ed ora siamo qui in attesa che qualcuno ci dica cosa dobbiamo fare. Non riusciamo a dormire. La notte ci riporta alla mente scene di distruzione, di pianto e paura’’. Maria Rosa Silla, 46 anni, anch’essa di Guidomandri Superiore: ‘’ Aspettavo che mio marito tornasse dal lavoro, quando la piazza venne invasa da un fiume impetuoso e trasformata in pochi minuti in un campo di battaglia. E lì, a Guidomandri non ci voglio più tornare. Siamo stati miracolati, lo so, ma voglio tornare a casa solo per prendere le mie cose, regali ricevuti, oggetti di cristallo, ed altro. Mia figlia che ha 13 anni era orgogliosa di avere una bella casa e mostrarla alle sue amiche. Ci sono rimaste solo le lacrime e un futuro che non sappiamo dove ci porterà’’. Antonello Guglielmo, 25 anni, se ne sta in silenzio, in disparte. ‘’Lavoravo a Scaletta in un supermaket e quel giorno quando si scatenò il diluvio, ebbi un brutto presentimento pensando a quello che era successo due anni fa, quando anche Scaletta fu devastata dall’alluvione. Non so se avrò la forza di tornare a Guidomandri e riprendere assieme ai miei genitori una vita serena, normale. Conoscevo Ketty De Francesco, il cui corpo non è stato ancora trovato, perché veniva spesso a fare la spesa’’. Angela Russo, 47 anni, è terrorizzata, e continua a vivere i momenti più drammatici. Abitava nella zona di Divieto a Scaletta Zanclea, uno dei quartiere più colpiti: ‘’Quando si scatenò l’inferno – racconta – eravamo in casa, al piano terra. Dalla montagna retrostante venne giù un torrente di fango, che ha invaso l’abitazione nella quale avevano trovato rifugio anche undici nostri vicini. Mia figlia di 5 anni è rimasta come impietrita, non riusciva a parlare. Si è sentita male. Mio marito, Nunziato Calareso, non si perse d’animo e appoggiando una scala su un tavolo di ferro, ci prese uno ad uno per mano per metterci al riparo al secondo piano della casa. Siamo rimasti poveri e disperati. I vestiti che indossiamo ce li hanno donati. Un altro sfollato di Scaletta, che ci ha chiesto di rimanere anonimo, vuole lanciare un appello: ‘’Dite a quelli che comandano di non lasciarci da soli. Sono disperato, non ho un centesimo disponibile neppure per comprare un caffè o una brioscina alla mia bambina. Ho il cuore a pezzi ed è tanta l’umiliazione nel sentirsi mendicanti dopo aver duramente lavorato una vita’’.

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