PERCHE’ NON RIUSCIAMO A FAR BENE IL BENE?

Per certi versi sembra un deja-vù. Come il «Contributo per gli incapienti» di prodiana memoria, infatti, anche il «Bonus famiglie» che domani va al voto alla Camera rischia di rivelarsi l’ennesima una tantum non centrata sulle necessità dei nuclei familiari. E, assieme alla «Social card» che faticosamente sta arrivando nelle tasche dei più deboli, rivela molte delle contraddizioni nelle quali si dibatte la nostra politica, anche al di là del colore della maggioranza pro-tempore. Non siamo tra chi disdegna 40 euro di aiuto mensile per coloro che hanno redditi bassissimi, come previsto dalla «Carta acquisti» (per chiamarla all’italiana).

E se questo è l’avvio di un nuovo strumento di contrasto alla povertà, capace di mobilitare oltre che risorse pubbliche anche fondi privati grazie a donazioni e sconti aggiuntivi sui prezzi, l’idea ci pare da apprezzare. Ma proprio per rispetto dei più deboli, sarebbe necessario che il rilascio non fosse un percorso a ostacoli defatigante, impossibile per molti anziani, che venisse condotta un’ampia informazione per diffonderne l’utilizzo. E, ovviamente, sarebbe necessario che funzionasse subito. Per evitare quel che è capitato a una pensionata, arrivata alla cassa del supermercato col carrello pieno per metà di prodotti e per metà di speranze, e che ha dovuto lasciar giù e gli uni e le altre, giacché la tessera non era stata caricata coi fondi promessi. Il fatto che finora siano state attivate solo 350mila carte rispetto all’1,3 milioni preventivati rivela un’alternativa: o è troppo difficile ottenerla oppure i requisiti richiesti sono tarati male e non individuano esattamente l’area del bisogno.

Discorso simile per il cosiddetto «Bonus famiglie» variabile da 200 a mille euro una tantum. Carico di contraddizioni, a partire dal fatto che, al di là del nome, l’82% dei beneficiari saranno singoli e coppie senza figli. Il perché è presto spiegato: i diversi tetti di reddito massimo per accedere al beneficio sono stati fissati a un livello assai più alto delle relative fasce di povertà per single e coppie, mentre sono pari o addirittura al di sotto della linea di povertà per le famiglie con figli. E dunque solo i nuclei con figli poverissimi beneficeranno del bonus, che invece andrà anche a singoli in grado di cavarsela da soli.

Così, quell’’embrione’ di quoziente che pareva finalmente apparso risulta vanificato. Il Forum delle associazioni familiari, non a caso, già a inizio dicembre aveva avanzato una proposta di modifica che riequilibrava i pesi tra singoli e nuclei con figli, senza aumentare la spesa complessiva. Un’indicazione apprezzata da esponenti della maggioranza e dell’opposizione, che avevano perciò elaborato un emendamento in tal senso. La modifica è stata però bloccata qualche notte fa in commissione Bilancio alla Camera, per il semplice fatto che ormai erano stati stampati e inviati agli uffici competenti i moduli per la richiesta del Bonus, con i parametri già stabiliti nel decreto originario del governo. E che quindi – di fatto – erano ormai immodificabili dal Parlamento, che pure dovrebbe esser sovrano.

Al di là delle vicende dei singoli provvedimenti, c’è un deficit che si può rintracciare come un filo rosso nei diversi abbozzi di ‘politiche familiari’ di oggi e del passato. Prima ancora della scarsa disponibilità di risorse, a mancare è un confronto non episodico, non all’ultimo minuto, con chi rappresenta davvero le istanze familiari. Non basta a sostituirlo qualche incontro – quando lo si tiene – con i sindacati confederali: questi rappresentano, con pregi e difetti, i soli lavoratori dipendenti. Le famiglie, le loro esigenze, sono altro. Al fondo, pare esserci invece l’idea di una politica che crede di poter bastare a se stessa, di sistemare le cose in proprio alla svelta, salvo accorgersi poi di essere stata inefficace. Un solipsismo che porta a sottovalutare i bisogni reali e finisce preda delle pastoie burocratiche nell’attuazione delle scelte. Lasciando sul campo più delusione che aiuti concreti.

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