GIOVANI E ALCOOL, LE FILOSOFIE DEL NULLA IN BAR E RITROVI

 Li abbiamo sotto gli occhi. Li vediamo storditi, eccitati e un po’ rimbambiti, per strada quasi tutte le sere, o nelle idiote notti bianche o di qualche altro colore inventate da sindaci e assessori. O nei concerti, nei bar, nei locali pulsanti di musica. Li vediamo, o non li vediamo ma li ‘sappiamo’, nelle feste, in quelle cose che, dài, sono cose tra ragazzi, le feste, i viaggi, le notti… Quasi il venti per cento dei nostri under 18 usa normalmente alcool e superalcolici. In Europa un giovane su quattro muore per violenze (o suicidi) legati all’alcool. Sono cresciuti fino a 61.000 gli alcool-dipendenti assistiti dai servizi sociali, il 19% per cento di più in un anno. E di questi il 15% è fatto di giovani. I nostri ragazzi bevono. Iniziano presto. E poi bevono molto, e male. Non buon vino ai pasti. O magari qualche alzata di gomito in allegria. No, un abbeverarsi di bassa lega, robetta carica di alcool, mix strani stravenduti in ogni supermercato o autogrill. E si beve solo per un motivo, in fondo, come diceva un vecchio adagio: per dimenticare. Ma cosa deve dimenticare un diciassettenne? Un sedicenne? Che spavento di vita, se c’è da doverla dimenticare così presto. Si beve per cercare l’oblìo. La parola sballo, che di solito viene usata, è inesatta. È, per così dire, troppo allegra. In questo bere tanto e bere male dei ragazzi non c’è nulla di allegro.
  Girano in branco e dunque l’alcool – o altre cosette più ‘forti’ – serve a dare la dose di eccitazione per divertirsi. Appunto: per dimenticare che in realtà non si sta facendo quasi mai nulla di veramente divertente, gioioso. Serve un po’ di eccitazione alcolica per dimenticare non solo il passato, ma il presente un po’ idiota e ripetitivo. Bevono per dimenticare il presente. Oblìo invece di presenza. Nebbia invece di sguardo. Le filosofie del nulla non vincono nei convegni o sulle pagine patinate delle riviste glamour che grondano cinismo: le filosofie del nulla vincono nei bar, nei ritrovi dei ragazzi.
  Colpiscono, come sempre, i più fragili. Lo sguardo velato di cinismo dei grandi cosiddetti maestri del pensiero della nostra epoca – quelli per cui la vita è in fondo una fregatura, da dimenticare o da impugnare contro qualcuno o qualcosa – è diventato lo sguardo annebbiato di tutti questi ragazzi. I maestri e i ragazzi pensano la stessa cosa: che la vita sia da dimenticare. Solo che i primi fanno carriere e conferenze, festival e pubblicazioni. I ragazzi invece bevono, cercano l’oblìo. Hanno tolto da davanti agli occhi dei ragazzi l’abisso di Dio e del cuore umano, l’ebbrezza dell’anima e la possibilità di perdizione. Hanno celato ciò che davvero può inebriare di vita la vita.
  Hanno irriso la grandezza dell’uomo e del suo cuore. E del destino. Li hanno lasciati con ubriachezze di bassa qualità, con oblii da venerdì sera. Vedete forse qualcuno di queste grandi firme di giornali e tv, qualcuno di questi intellettuali inquieto per i nostri ragazzi? Fare ammenda? O interrogarsi con le loro firme dorate (e ben pagate)? C’è una emergenza educativa. Ma si deve pure dire che l’emergenza educativa non si può affrontare senza accusare e combattere i cosiddetti maestri del pensiero propagandati come tali da libri e tv e giornali. L’emergenza educativa comporta anche una lotta. Si tratta di criticare culturalmente e socialmente i maestri che, coi loro occhi velati di cinismo, si sporgono da ogni pulpito, on line, radiofonico, televisivo, libresco e scolastico, ad affermare che la vita va dimenticata. E che nulla della vita rende ‘ebbri’, cioè allegri: né Dio, né l’amore, né l’arte. Ubriacatevi sempre, diceva invece Baudelaire. E intendeva di vita intensa, sentita nelle sue grandi e rischiose dimensioni. Occorrono luoghi dove i ragazzi scoprano la vita piena, come rischio e avventura. Dove avvertano come odiosa la ricerca dell’oblio, e dell’allegria finta e velenosa.
 

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