GETTATI VIVI IN MARE PER SCACCIARE IL ”MALOCCHIO”

<p> «A bordo del gommone, salpa­to da un porto vicino a Tripo­li eravamo in 72, per lo più ni­geriani. Quando siamo arrivati in Italia era­vamo in 59… ». Ma i tredici immigrati che mancavano all’appello non erano morti di stenti o di malattia, erano stati gettati in ma­re uno dopo l’altro perché gli scafisti li rite­nevano posseduti dagli spiriti maligni. È questo l’agghiacciante epilogo, rivelato dai sopravvissuti, della traversata che s’era con­clusa l’11 settembre scorso nel Siracusano e che ha portato all’arresto dei cinque nordafricani che appena si ruppe la busso­la diedero la stura alla superstizione, deci­sero di tro­vare «i pre­sunti colpe­voli » e, non contenti, sottoposero gli altri pas­seggeri a ri­ti propizia­tori per scacciare il malocchio.
  A far luce sulla strage sono stati gli investigatori del nucleo in­terforze di contrasto all’immigrazione clan­destina della Procura di Siracusa che, in­sieme ai carabinieri della stazione di Cassi­bile, sono riusciti a infondere fiducia negli extracomunitari che, appena sbarcati, ave­vano iniziato a raccontare la verità, ma era­no stati subito messi a tacere dalla paura di subire ritorsioni da parte degli scafisti.
  Il primo a morire fu un ghanese, l’unico a conoscere la rotta per giungere in Sicilia. Ma nemmeno questo bastò a salvarlo dal­l’altrui superstizione. Gli scafisti comincia­rono a dire che delirava non per mancanza di acqua e cibo, ma perché gli spiriti mali­gni si erano impossessati della sua anima, e che era funesto tenerlo a bordo. La notte fu gettato in mare, vivo. Da allora, quoti­dianamente, ebbero inizio le sevizie. Chi si ribellava, stava male o delirava per gli sten­ti rischiava di fare la stessa fine. E così fu per altre dodici volte. «Una notte – ha raccon­tato un giovane ai carabinieri – , dopo aver discusso di questa storia degli spiriti mali­gni, mi addormentai con Osamede, l’avevo conosciuto nella casa in Libia. Stava molto male, aveva delirato tutto il giorno. La mat­tina non c’era più… E la notte successiva sparirono anche Luck e un suo amico, sem­pre nigeriani». Un compagno di sventura ha raccontato che anche suo fratello Omo­ruy, scomparve all’improvviso, inghiottito dalle tenebre.
  A decidere i «sacrifici» sarebbero stati il ca­po-scafo Tony Waychey, 26 anni, Kelly Osa­ram, 22, Silvester Uyi e Efe Fasuy, 28, e Pius Okuiomose, 19. Adesso, questi nigeriani so­no stati arrestati. «L’accusa è di concorso in omicidio plurimo aggravato. I loro fermi, e­seguiti nel massimo riserbo nei giorni scor­si, sono stati convalidati ieri (oggi per ci leg­ge,
  ndr) dal giudice per le indagini prelimi­nari del tribunale di Siracusa, Alessandra Gigli», ha fatto sapere il vice commissario Carlo Parini. «Dalla nostra inchiesta – ha ammonito il procuratore-capo, Ugo Rossi ­emergono particolari raccapriccianti sui quali dobbiamo tutti meditare. Il problema dell’immigrazione riguarda l’umanità, il mondo intero. Chi poi ha ruoli di governo dovrebbe lavorare per trovare soluzioni sul piano internazionale: è una questione com­plessa che non può essere risolta da un sin­golo Stato». Già il giorno dello sbarco dei 59 clandesti­ni a Portopalo di Capo Passero le autorità competenti avevano spiegato  che a rafforzare l’ipotesi della tragedia, ol­tre alle testimonianze dei connazionali, c’e­ra il riscontro dei medici che avevano effet­tuati i primi controlli sui migranti. «Lo sta­to di disidratazione e le piaghe sui corpi fa­rebbero pensare davvero a un viaggio mol­to lungo (dieci giorni, come confermato o­ra,  ndr), a maggior ragione se si riflette sul fatto che nessuna vettovaglia è stata trova­ta a bordo del gommone. Bottiglie d’acqua, piccole confezioni di marmellata, scatolet­te di tonno e altre cibarie: niente di tutto questo c’era sull’imbarcazione. Segno che c’è stato il tempo di consumare ogni cosa e di rimanere senza cibo. Il tipo di gommone utilizzato per la navigazione, poi, è di quel­li troppo costosi per farlo partire con meno di 70 persone a bordo», commentarono al­l’epoca alcuni investigatori del gruppo in­terforze. Se si considera che le associazioni criminali cercano sempre di trarre il massi­mo profitto dal traffico clandestino di esse­ri umani, ecco che la tesi delle tredici vitti­me già allora sembrava avere fondamento. Anche se i cadaveri delle vittime non furo­no mai recuperati.
 A rivelare la tragedia sono stati i 59 superstiti che all’inizio avevano taciuto per paura di ritorsioni Subirono sevizie
 

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