Taormina. No alla tassa di soggiorno

TAORMINA – Si torna a parlare di tassa di soggiorno. Tra le novità contenute nel testo aggiornato del disegno di legge sul federalismo fiscale presentato dal ministro per la semplificazione legislativa, Roberto Calderoli, si prevede, infatti, una tassa di scopo sul turismo. Non è la prima volta che, negli ultimi dieci anni, si ripropone un balzello del genere indicandolo come panacea per tutti i mali. I proventi derivanti dalla tassa di soggiorno, da calcolare su ogni giorno di permanenza in albergo, dovrebbe essere usata per pagare le spese per tutta una serie di servizi comunali. Sempre contrari si sono dichiarati gli operatori del settore. Una posizione che ha portato, sinora, all’accantonamento del progetto. Più volte, anche gli albergatori di Taormina si sono dichiarati nettamente contrari al ripristino, più o meno camuffato, della tassa di soggiorno. Hanno detto no, tra gli altri, il presidente degli albergatori taorminesi, Giuseppe Trefiletti, e di quelli siciliani, Sebastiano De Luca. Anche adesso, la reazione del mondo del turismo non ha tardato a farsi sentire. “Preoccupa – dice il presidente di Federalberghi e di Confturismo-Confcommercio, Bernabò Bocca – l’eccessiva genericità dei principi e criteri direttivi relativi all’autonomia tributaria dei Comuni contenuti nel disegno di legge Calderoli in materia di federalismo fiscale. Inoltre, la possibilità di istituire tributi propri comunali per finanziare oneri derivanti da eventi particolari quali i flussi turistici – continua Bocca – rischia di creare le premesse per la reintroduzione surrettizia della vecchia imposta di soggiorno, opportunamente soppressa nel lontano 1989, in danno della nostra economia turistica già pesantemente penalizzata da una congiuntura internazionale simile a quella del dopoguerra. Non sono simili balzelli a modernizzare l’Italia -conclude Bocca – ma un’attenta e reale revisione dell’apparato burocratico e del sistema normativo, indispensabile per semplificare la vita dei cittadini e delle imprese e rilanciare l’economia e l’occupazione.
Per restare a Taormina, non si capisce perché, invece che tassa di soggiorno, non si pensa, sul serio, a far riaprire la casa da gioco che funzionò dal 1962 al 1965. Con i tavoli verdi, si potrebbero trovare i soldi per far fronte alle necessità della città ed a quelle dei suoi ospiti. Un casinò a Taormina, inoltre, potrebbe portare vantaggi, anche d’ordine finanziario, non indifferenti ai comuni del comprensorio. In fin dei conti si tratterebbe di riconoscere alla capitale del turismo siciliano le stesse esigenze di Venezia, Campione, Saint Vincent e Sanremo. Le autorizzazioni per le case da gioco che funzionano in quelle città, infatti, hanno trovato giustificazione proprio nella necessità di risanare i bilanci di quei comuni e di promuovere iniziative turistiche. Necessità che esistono anche a Palazzo dei Giurati. Ma in questa parte del territorio italiano si governa ed amministrata in un’ottica diversa. Le esigenze di quattro località turistiche del nord hanno mosso i governi e la classe politica a varare provvedimenti che hanno portato all’apertura ed alla difesa delle casa da gioco. A Taormina le scelte sono state diverse: si è invocato e si continua ad invocare il codice penale che vieta il gioco d’azzardo. Un divieto che vale solo a Taormina visto che al nord si può giocare e che lo Stato italiano è da considerare (vedi lotto, superenalotto, bingo, totocalcio, gratta e vinci, ecc. ecc.) il primo dei biscazziere di casa nostra.
Calderoni, ministro per la semplificazione, però, s’ispira al passato e rispolvera la tassa di soggiorno. Queste si che sono innovazioni!

Leave a Response