TONI NUOVI IN PARLAMENTO

Non può bastare il tono di un discorso a garantire da solo la bontà dei suoi contenuti. Ma quando a usare certe mo­dulazioni è un presidente del Consiglio che interviene alle Camere per chiederne la fi­ducia, allora anche il suono delle parole può acquistare spessore di sostanza. Se poi questo presidente del Consiglio è Silvio Ber­lusconi, di cui si ricordano ben diverse ‘ar­ringhe’ parlamentari nel 1994 e anche nel non lontanissimo 2001, si può forse azzar­dare una prima conclusione: la sedicesi­ma legislatura repubblicana vede adesso poste tutte le premesse per un proficuo quinquennio di lavoro. Premesse, è chia­ro, non ancora robuste garanzie, perché quasi 15 anni di bipolarismo all’italiana hanno già inflitto al Paese troppe cocenti delusioni. E tuttavia mai come oggi sem­bra lecito alimentare legittime speranze nel fiorire di un nuovo e reale spirito biparti­san.
  Diverse voci di opposizione, dentro e fuo­ri Montecitorio, non hanno mancato di condizionare il loro apprezzamento, pure reso esplicito, alla concreta verifica dei fat­ti che seguiranno gli impegni annunciati dal premier. Alcuni hanno invece sparso scetticismo e promesso battaglia sul terre­no sociale, nella convinzione che ormai sul Palazzo soffi un paralizzante vento conso­ciativo. Timori sicuramente prematuri e probabilmente infondati, che tre battima­ni bipartisan al premier non bastano cer­to ad alimentare.
  Al di là delle preannunciate offerte di dia­logo e di confronto su temi specifici, degli stessi gesti simbolici come gli applausi del capo del governo e del suo ministro degli Esteri all’intervento in aula di Piero Fassi­no, quello che induce a un motivato otti­mismo è l’impianto complessivo delle di­chiarazioni programmatiche di Berlusco­ni e anche il clima generale nel quale sono state pronunciate.
  L’evocazione della «cultura del rispetto», l’impegno a far circolare sulle istituzioni «aria nuova», figlia della rinuncia bilatera­le allo scontro in chiave ‘antropologica’, l’invito a un confronto sempre e comun­que alla luce del sole per battere in breccia i sospetti di ‘inciucio’, perfino lo spunto autocritico con l’ammissione di possibili passati fallimenti del dialogo «per stan­chezza o disattenzione» del leader del Pdl: sono tutti indizi di una volontà meritevo­le di aperture di credito non rituali.
  Alle stesse opposizioni, del resto, visti an­che i numeri usciti dalle urne, conviene senz’altro prendere in parola un esecutivo che tende tutte e due le mani, dalle quali è verosimile che, in cambio della rinuncia alle barricate preventive, qualche conces­sione alle ragioni altrui debba pur venire.
  Anche nel dettaglio degli impegni annun­ciati e dei temi toccati nelle dichiarazioni programmatiche, colpisce l’attenta cali­bratura delle espressioni e delle scelte les­sicali, in cui non si fatica a rinvenire tracce dello ‘stile Letta’. Basti pensare alla sotto­lineatura del federalismo fiscale, che ha scaldato i cuori leghisti, subito accompa­gnata dall’aggettivo «solidale», messo lì quasi a rassicurare un meridione timoro­so di neo egoismi nordisti.
  Declinando le dieci implicazioni dell’im­perativo ‘crescere’, individuato come il problema principale dell’Italia che si ac­cinge a guidare, il presidente del Consiglio ne ha dedicata una particolarmente signi­ficativa alla promozione della famiglia, de­finita «nucleo di spinta dell’intera organiz­zazione sociale». Per crescere, ha detto in sostanza, occorre non solo sostenere la donna nel lavoro «e negli altri ruoli socia­li », ma anche consentirle una vera auto­nomia di scelta di fronte all’accoglienza della vita, rimuovendo «le cause materiali dell’aborto». Infine, ha ipotizzato il varo di un grande piano nazionale per la vita e per l’infanzia, assegnando ad esso «nuove e consistenti risorse», anche per ridare slan­cio alla crescita demografica del Paese.
  Sette righe in cui, salvo errori, per la prima volta il binomio ‘vita e famiglia’ si afferma in forma così stringente in una sede come quella di ieri alla Camera. Un accostamento convincente e un impegno tutto da verifi­care. Averlo enunciato è già comunque u­na precisa e importante scelta di valore.
 

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