Delitto Campagna, ergastolo ad Alberti e Sutera

MESSINA – Ventidue anni, tre mesi e sei giorni dopo l’assassinio di Graziella Campagna, innocente bambina di paese che voleva soltanto lavorare per “portare soldi” a casa, a Saponara, la Corte d’assise d’appello di Messina presieduta da Giuseppe Armando Leanza ha condannato in secondo grado all’ergastolo il boss palermitano Gerlando Alberti jr e il suo picciotto di fiducia Giovanni Sutera, confermando il verdetto di primo grado emesso nel dicembre 2004. Ergastolo aveva chiesto in appello l’accusa, il sostituto procuratore generale Marcello Minasi, ergastolo è stato.
La vicenda è stata al centro della fiction Rai “La vita rubata” di Beppe Fiorello
Per il famigerato ingegnere Cannata-Alberti jr, coi baffi e la patente falsa in tasca, esperto nella raffinazione dell’eroina per conto di Cosa nostra, che se ne andava in giro per Villafranca Tirrena, e per il geometra Lombardo-Sutera, che gli guardava le spalle e lo serviva di tutto punto.
Protetti dal «contesto mafioso» vissero serviti e riveriti negli anni ’80 tra un banchetto e una puntatina alla lavanderia dove lavorava Graziella, o dal barbiere per lisciarsi la faccia. Per lo Stato erano latitanti fotografati e ricercati, ma nessuno parlava e denunciava.
Il destino. Ieri mattina Alberti jr, completo grigio chiaro e scarpe sportive alla moda, che quand’era latitante si faceva chiamare ingegnere, ha raccontato della sua “vita nuova” durante le dichiarazioni spontanee che ha reso in aula, parlando perfino del suo corso di studi: è riuscito a “prendere” il diploma di geometra.
Ma furono soltanto loro, Alberti jr e Sutera, gli “autori” di un’esecuzione mafiosa spietata e per troppo tempo impunita, oppure furono soltanto le punte taglienti e affilate del «contesto mafioso» e altri sedettero accanto al convegno di morte su quella radura di Forte Campone, mentre Graziella pregava, piangeva e chiedeva pietà, per una vita ancora troppo breve che si spegneva inesorabilmente.
Fu per quella agendina-documento-pezzo di carta che Graziella morì, oppure l’aver scoperto da parte sua la vera identità di Alberti-Cannata mise irrimediabilmente a rischio il lago dorato delle connivenze mafiose a Villafranca Tirrena in quel dicembre del 1985, e forse una centrale di raffinazione dell’eroina.

 

Prescrizione del reato di favoreggiamento personale – evidentemente perché non è stata riconosciuta l’aggravante mafiosa –, è stata dichiarata per Franca Federico e Agata Cannistrà, la titolare e l’impiegata della lavanderia di Villafranca Tirrena dove lavorava Graziella. In primo grado le due donne erano state condannate a due anni di reclusione, in appello il Pg Minasi aveva chiesto la condanna a quattro anni e il riconoscimento dell’aggravante mafiosa.
La Federico e la Cannistrà sono state condannate «in solido al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separato giudizio, in favore delle parti civili e, in solido con gli imputati Alberti Gerlando e Sutera Giovanni, alla rifusione in favore delle stesse parti civili delle spese di costituzione e di rappresentanza relative al primo grado di giudizio». Alberti jr e Sutera erano già stati condannati al risarcimento in sede civile in primo grado, e la sentenza d’appello non ha intaccato questa statuizione. Ma Graziella non c’è più, la sua vita è stata “rubata” per sempre, il suo sorriso vive nei volti di chi l’ha conosciuta e di chi ha scoperto la sua tristissima storia.
Graziella Campagna aveva 17 anni quando venne sequestrata e ammazzata con cinque colpi di lupara sui Colli Sarrizzo, a Messina. Era la sera del 12 dicembre 1985. Imputati principali per questa esecuzione mafiosa il boss palermitano Gerlando Alberti jr (nipote di Gerlando Alberti senior “U paccarè”) e il suo “picciotto” di fiducia Giovanni Sutera, che da latitanti tra gli anni ’80 e ’90 vissero senza problemi a Villafranca Tirrena, in provincia di Messina, sotto falso nome: l’ingegnere Cannata e il geometra Lombardo. Il boss Alberti jr dimenticò dentro una giacca lasciata in lavanderia un’agendina «compromettente» che finì nelle mani di Graziella, che lavorava in quel negozio come stiratrice. L’unica “colpa” della povera ragazza fu questa, quella di aver avuto in mano questa maledetta agendina e di avere un fratello carabiniere, Pietro. La sentenza di primo grado si ebbe nel dicembre 2004: fu deciso l’ergastolo per Alberti jr e Sutera. Due anni vennero inflitti per favoreggiamento a Franca Federico e Agata Cannistrà, proprietaria e dipendente della lavanderia di Villafranca dove Graziella lavorava.

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