FINE LEGISLATURA MA I PARTITI RICEVERANNO SOLDI

Desta indignazione la notizia che i partiti continueranno a ricevere i finanziamenti – previsti dalla legge come rimborso delle spese elettorali riferite alle votazioni del 2006 – anche per i prossimi tre anni, nonostante la legislatura si sia interrotta anticipatamente. In effetti, il sistema italiano di finanziamento pubblico della politica – che è stato introdotto per aggirare la proibizione di un sostegno diretto sancita dal referendum del 1993 – sembra fatto apposta per far inferocire i cittadini, che si sentono giustamente beffati. Peraltro questa formula, quella del rimborso delle spese sostenute per le campagne elettorali, essendo completamente separata da ogni obbligo di certificazione, che permetterebbe un minimo di controllo sugli esborsi effettivi, ha l’effetto di premiare anche organizzazioni politiche superate o cartelli elettorali transeunti. Ad esempio, anche due partiti attualmente sciolti, come i Ds e la Margherita, riceveranno ancora per tre anni i finanziamenti, e non è affatto automatico che essi affluiscano alla nuova formazione. Per questo ci vuole un accordo tra vecchi e nuovi dirigenti, ed è ciò di cui si scrisse al momento della nascita del Pd. Naturalmente, i costi più pesanti della politica consistono negli effetti della sua incapacità a sciogliere nodi complessi: basti pensare a quel che costa, anche in termini finanziari oltre che di salute pubblica o di prestigio internazionale, la mancata soluzione di problemi annosi come la raccolta dei rifiuti nel Napoletano o la cronica condizione di crisi della compagnia aerea di bandiera.
  Questa però non è una scusa, anzi. Pagare partiti che non risolvono i problemi è anche peggio.
  Constatare che solo sulla ricerca di artifici per ottenere e spartirsi finanziamenti si trova sempre il più ampio accordo, mentre si fatica a realizzare un dialogo costruttivo su riforme indispensabili, naturalmente, aumenta il discredito della politica. Il riconoscimento del ruolo indispensabile dei partiti per la vitalità di un sistema democratico dovrebbe spingere a soluzioni più moderne e innovative, che non somiglino all’immagine popolare dei ‘ladri di Pisa’, che litigano aspramente alla luce del sole, salvo poi spartirsi fraternamente il malloppo appena cadono le tenebre. Se la prossima legislatura sarà davvero ‘costituente’, come chiede il capo dello Stato, se cioè si occuperà di riformare il sistema politico, dovrà occuparsi anche di questo problema. L’Italia, a differenza per esempio della Spagna o della Germania, non ha una legge sui partiti, il che peraltro è stato uno degli elementi che hanno ostacolato la riforma della legge elettorale e persino la corretta applicazione di quelle esistenti, com’è accaduto per esempio con la presentazione di ‘liste civetta’ per aggirare lo scorporo dei seggi prevista dalla legge maggioritaria.
  È anche il carattere impreciso e anomico delle formazioni politiche, che restano pure associazioni private alle quali però sono riconosciute funzioni e finanziamenti pubblici, che favorisce fenomeni degenerativi del sistema e rende difficile stabilire un meccanismo di sostegno pubblico trasparente e controllabile, che oramai appare invece indispensabile se non si vuole alimentare o giustificare le tendenze all’antipolitica.
 

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