GUARDANDO AL 2008

Non è facile fare un bilancio a fine anno. È forte il sussulto degli ultimi avvenimenti, come l’uccisione di Benazir Bhutto in Pakistan. Una tragedia rivelatrice dell’instabilità grave di un grande Paese, di un’intera regione, ma anche del difficile rapporto tra islam e democrazia. Vi si leggono tutti i problemi impostisi all’attenzione del mondo dall’11 settem­bre 2001. E poi c’è la violenza, una realtà antica, con cui si devono sempre più fare i conti in politica e nel quotidiano. È la violenza delle grandi convivenze urbane, dall’America Latina all’Asia, favorita anche dal fatto che nel 2007, per la prima volta nella storia, nel mondo gli abitanti delle città sono diventati più numerosi di quelli delle campagne. Il bilancio dell’anno che si chiude, quindi, potrebbe apparire negativo e, soprattutto, il quadro del 2008 assumere cupe prospettive.
  Viene da chiedersi come la piccola Italia, presa dal senso di declino, dove molte famiglie hanno la sensazione di una vita più difficile, con un dibattito politico bloccato, possa affrontare questi difficili scenari. Sono pensieri e sentimenti che attraversano tanti nostri concittadini. In molti svanisce la voglia di guardare il grande orizzonte del mondo, di interessarsi ai problemi ‘lontani’. Che posso fare io? è la domanda inespressa di tanti. Il mondo oggi sembra più difficile. È vero: è molto complesso. Siamo raggiunti da un numero incredibile di notizie, che non riusciamo facilmente a decifrare. Sono tramontate le spiegazioni ideologiche: non solo quelle marxiste di ieri, ma anche quelle più recenti sulla vittoria del mercato che avrebbe dovuto portare la democrazia ovunque. Il senso di irrilevanza e la complicazione del presente ci spingono a lasciare ad altri la fatica di guardare la storia, quella del 2007 o del 2008. Stare alla finestra del mondo e discutere su di esso appare prometeico: tanto che posso fare io?
  Nel corso del 2007, Benedetto XVI ha insistito sul messaggio di speranza che viene dal Vangelo. Lo ha fatto anche nel messaggio per la Giornata mondiale della pace. Sono passati quarant’anni da quel 1° gennaio 1968, quando Paolo VI consacrò questa data alla pace. Certo allora, in Occidente, il clima era ben diverso, c’era la convinzione (illusoria) di avere idee e movimenti da esportare nel mondo intero. Ma la Chiesa, con quella Giornata, mostra di non rinunciare alla grande speranza di un mondo in pace. Dice a chiare lettere che non è un’utopia. Benedetto XVI, nel suo messaggio, stabilisce un legame tra il quotidiano, la vita familiare, e gli orizzonti del mondo: ‘Il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del vocabolario della pace. Nell’inflazione dei linguaggi, la società non può perdere il riferimento a quella grammatica…’.
  C’è una connessione profonda tra la vita di ciascuno, di una famiglia, e la pace del mondo. Le scelte e i comportamenti dei singoli non sono irrilevanti. La storia non si dispiega come le notizie della cronaca. Non è fatta solo da pochi attori. Ci sono correnti profonde, come affermava Giorgio La Pira. C’è una forza di attrazione da parte dei comportamenti giusti e pacifici, anche se di pochi.
  Avere speranza non vuol dire possedere una visione lucida di come sarà il domani. La speranza profonda viene dalla convinzione che la famiglia degli uomini e dei popoli non è stata abbandonata da un amore più grande. Viene dal fatto che la pace è dono di Dio, un’eredità che la follia umana non potrà dissipare. La nostra visione del futuro deve nutrirsi maggiormente di preghiera: sì, quella preghiera per la pace, ‘senza stancarsi’, che il Papa chiede alla fine del suo Messaggio. Quando la Chiesa, anche nel mezzo delle situazioni più difficili, continua a pregare per la pace, mostra che non rinuncerà mai alla speranza di un mondo riconciliato. Da questa preghiera nasce la speranza e sgorgano comportamenti e visioni di pace.
 

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