Il Papa ai farmacisti: sì alla vita

Il discorso che Benedetto XVI ha rivolto ai partecipanti al XXV Congresso internazionale dei farmacisti cattolici, stigmatizzando la commercializzazione di farmaci abortivi ed eutanasici, è importante sotto diversi profili, su almeno due dei quali sembra opportuno elaborare in questa sede alcune riflessioni. In primo luogo, il discorso del Papa è rilevante sotto l’aspetto propriamente bioetico. Egli torna ad insistere sul dovere di lottare contro la progressiva «anestetizzazione» delle coscienze che caratterizza il nostro tempo e che induce così tante donne a pensare all’aborto non più come ad un’eventualità estrema, eccezionale e tragica, ma come ad una banale possibilità, gestibile attraverso altrettanto banali sussidi farmacologici (o meglio pseudo-farmacologici).
  Ma c’è anche un altro punto da sottolineare e che possiede un rilievo ancora maggiore, per la sua forte carica di novità: il Papa delinea, in poche, ma perfette espressioni, l’essenza della deontologia del farmacista, che, se non vuole relegarsi al rango, indubbiamente onesto, ma riduttivo, del mero commerciante, deve percepire se stesso come intermediario tra medico e paziente ed esercitare nei confronti di quest’ultimo una funzione di fondamentale informazione, che – data la delicatezza delle questioni sanitarie – diviene inevitabilmente una funzione ‘educativa’. Non è una mera e neutrale informazione lo spiegare a una donna che quella pillola che essa sta per comprare non si limita a rendere impossibile il concepimento, ma può produrre la morte di un figlio già concepito: quando è in questione né più né meno che la vita stessa ogni informazione o è ‘educativa’ oppure, se il valore della vita non viene adeguatamente ricordato e promosso, è per forza di cose ‘diseducativa’.
  In secondo luogo, il discorso del Papa ha una forte e legittima valenza politica. Sappiamo che già molti laicisti sono tornati a reiterare le loro logore proteste contro le ‘invadenze’ vaticane. Si tratta di proteste indebite, per una ragione formale e per una ragione sostanziale. Formalmente, perché l’eutanasia in Italia è illegale e lo è anche l’aborto, se non viene praticato nel rispetto di una procedura difficilmente compatibile con la vendita in farmacia di pillole abortive (e qui non solo alla RU 486, ma anche alla ‘pillola del giorno dopo’, che può di fatto produrre effetti abortivi): quindi, auspicare l’obiezione di coscienza alla vendita di prodotti abortivi ed eutanasici è paradossalmente un ammonimento perché non si violino, surrettiziamente, i principi normativi vigenti.
  Ma il cuore della questione, ovviamente, non è formale, ma sostanziale. Nella sostanza, l’appello del Papa per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza per i farmacisti va molto al di là del caso, pur delicatissimo, che lo ha provocato: è un appello perché non si perda la consapevolezza che quando sono in gioco temi etici fondamentali (e quelli della vita e della morte sono – se così si può dire – i più fondamentali di tutti), temi che suscitano gravissime questioni di coscienza, è dovere di tutti fermarsi e attivare una riflessione ampia ed articolata, per evitare che simili questioni vengano degradate a mere dispute di carattere ideologico o meno che mai confessionale. Fa impressione la superficialità con cui Repubblica del 30 ottobre (pag. 2) afferma che accogliere l’appello del Papa (definito riduttivamente «una parola d’ordine») equivarrebbe ad una «balcanizzazione» del nostro sistema sanitario, con una evidente allusione ai conflitti insensati, ciechi ed ottusi, pregiudiziali e violenti, che hanno insanguinato i Balcani. Tutto, tranne questo, si può dire a carico di chi promuove la difesa della vita, affidandola all’obiezione di coscienza: dovrebbero ricordarselo soprattutto quei laicisti, che in altre occasioni hanno giustamente e laicamente lottato perché l’obiezione ottenesse un doveroso riconoscimento nel nostro ordinamento.
 
 
 
 

Leave a Response