Filicudi, recuperati dai Cc reperti archeologici

MESSINA – I carabinieri del Nucleo subacquei di Messina e quelli del Nucleo tutela patrimonio ulturale di Palermo, hanno effettuato, nei giorni scorsi, rilievi sul fondale al largo dell’isola di Filicudi – Capo Graziano (ME) sul relitto denominato “F” di una nave romana risalente al III° secolo A.C.. Le indagini dei Carabinieri, finalizzate alla verifica di un eventuale trafugamento di materiale archeologico ed alla localizzazione del relitto in questione, hanno permesso di appurare che il carico trasportato dallo stesso, consistente in anfore di varia fattura e di altri numerosi reperti archeologici si presentava disseminato sul fondale. L’ipotesi di un eventuale trafugamento di reperti storici, al momento è al vaglio dei militari dell’Arma, che nel corso del sopralluogo subacqueo hanno avuto modo di rilevare ad alcuni metri dal relitto uno scavo, non censito. Sono state utilizzate per le riprese marine particolari attrezzature subacquee e mezzi di ripresa dotati di particolari sensori di contrasto al fine di individuare ulteriori altri oggetti, sommersi dalla sabbia e dalla poseidonia, alga che è tipica dei fondali del mediterraneo. Il sopralluogo sottomarino, che si è protratto per tre giorni (16 – 19 ottobre), ha permesso inoltre di recuperare materiale archeologico di tipologia Greco – Italica, che attualmente si trova allo studio dai Carabinieri tutela patrimonio culturale prima di essere consegnato, per le successive analisi, alla Soprintendenza dei Beni Culturali di Palermo. È tutt’ora in corso la stima dei beni recuperati e sono al vaglio dei Carabinieri le immagini effettuate nel corso delle numerose immersioni, al fine di studiare e valutare la natura dello scavo ed il possibile trafugamento di altro materiale archeologico dal sito. Nel corso delle operazioni, il tratto di mare è stato tenuto sotto stretta sorveglianza dalle motovedette dei Carabinieri di stanza a Milazzo e Messina, mentre nelle immersioni si sono alternati nove operatori subacquei dei Carabinieri, che per la particolare posizione e profondità del sito archeologico, hanno dovuto evitare periodi prolungati di immersione al di sotto della profondità prevista  dalla “curva di decompressione”.

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