Gli anziani, ricchezza che non va dispersa

Quando Dante, trentacinquenne o giù di lì, scriveva di essere nel mezzo nel cammin di nostra vita, largheggiava alquanto in ottimismo. Ai suoi tempi la più parte dei mortali non andava al di là dei quaranta, e mezzo millennio dopo – nell’Ottocento – a superare quota sessanta erano in pochi. Ottone di Bismarck, cancelliere di Germania nonché promotore delle prime forme di stato sociale, per introdurre il sistema pensionistico chiese lumi agli esperti di statistica e di scienze attuariali. Volle sapere a quale età il tedesco medio passasse a miglior vita. «Sessantacinque anni», risposero gli interpellati. «Bene. Si andrà in pensione a sessantacinque anni». Oggi nel mondo occidentale l’aspettativa media di vita ha compiuto un balzo verso l’alto insospettabile fino a pochi decenni addietro. In Italia è di 81 anni, contro i 62 di inizio Novecento, quando i novantenni erano 20 mila contro il mezzo milione odierno. Tanti? Pochissimi, rispetto ai due milioni previsti per il 2050, quando l’aspettativa di vita raggiungerà i 95 anni e un quarto della popolazione italiana – nel frattempo calata di 10 milioni di unità – sarà costituito da ultrasettantenni. Si vive di più e meglio. La domanda a questo punto è una sola: è possibile andare oltre? In altre parole, è possibile assicurare agli anziani (forse il termine andrebbe ridefinito) un’esistenza con meno acciacchi, meno problemi, meno solitudine e più soddisfazioni? La ricerca del Censis sulla longevità attiva di cui diamo conto nelle pagine interne del giornale indica elementi già noti quando mette in evidenza che a stare meglio è l’ultrasessantenne, o settantenne o ottantenne che è in buona salute, ha buoni rapporti familiari, coltiva le amicizie, frequenta gli altri, si dedica ad attività che stimolano il fisico, la curiosità e circuiti cerebrali. Se poi dispone di un reddito adeguato le cose vanno anche meglio, e questo pare ovvio. Di grande interesse nell’analisi del Censis è il riconoscimento dell’apporto che l’anziano offre alla società, tanto da diventare una enorme risorsa sul piano economico e non solo. Nelle comunità arcaiche, nei gruppi rurali che il cosiddetto progresso ha spazzato via, il valore della persona in età era connesso a due fattori: la saggezza (o sapienza spicciola che si voglia dire) della quale era depositaria, e la memoria storica del gruppo sociale cui apparteneva e che consegnava a chi veniva dopo, perpetuando la trasmissione orale del sapere. Oggi che gli ultraottantenni usano il pc, navigano in rete e hanno capillare accesso alla telefonia mobile, i percorsi di socializzazione per aiutarli a farsi degli amici, incontrare persone, uscire dall’isolamento che opprime saranno anche necessari, ma intanto andrebbe presa consapevolezza che le attività di carattere sociale suscettibili di essere svolte dalla terza o quarta età valgono 128 milioni di euro, l’8,7 per cento del Pil nazionale. Longevità attiva significa ad esempio far risparmiare medicine per 700 milioni (il 5 per cento del totale) al servizio sanitario. Chi diceva che i vecchi sono un peso? Tirare qualche conclusione è semplice. Abbiamo in casa una ricchezza potenziale che non va dispersa, disponiamo di infinite energie a costo zero che attendono di essere liberate. Magari superando qualche incongruenza di normative: a 50 anni si è troppo vecchi per vedersi rinnovare la patente per altri dieci, mentre a 60 si è ancora giovani da dover lavorare almeno altri cinque. Ma questo è marginale. Piuttosto è forse arrivato il momento di studiare una qualche forma di compensazione per quello che l’anziano offre gratuitamente alla crescita del bene e del benessere comuni, mentre sorprende che un Paese nel quale la politica è declinata in larga parte da protagonisti in età (spesso in tarda età) a mettere razionalmente a profitto la risorsa anziani nessuno abbia ancora pensato. Al massimo li mandano davanti alle scuole a regolare l’attraversamento della strada.

 

 

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