Lo spettacolo mediatico sulle tragedie

Il mistero si infittisce, i retroscena si intorbidano, il “giallo” si carica di adrenalina. Si attende il colpo di scena, o almeno l’esito dell’analisi del Dna. Si aspetta con ansia la prossima puntata. Tutto, e anche troppo, è stato detto sul delitto di Garlasco. L’unico silenzio rimasto, è quello sulla morte, e sul dolore.
Come se ci dimenticassimo tutti, giornalisti e lettori, che al centro del “thrilling” che eccita i giornali d’agosto c’è una ragazza di 26 anni massacrata, e la sua famiglia chiusa in casa, stretta d’assedio da falangi di telecamere occhiute. Un padre e una madre senza neanche il diritto a quella rispettosa pietà, a quei passi in punta di piedi che si creano attorno alla casa di chi ha subito un lutto. Tua figlia è morta, e attorno ti ronza come un alveare di microfoni impazziti, che investiga, fruga, non dà pace. Mentre c’è chi, sotto ai riflettori, sgomita per entrare a ogni costo: anche con un fotomontaggio piazzato sul cancello bersagliato dai flash, per brillare almeno un po’ di quella luce. Mentre con tempestività sinistra compare sulla scena, come a Erba, Fabrizio Corona, il fotografo di Vallettopoli. Uno che ha fiuto, e ha visto subito che nelle due intraprendenti cugine della vittima, generose di interviste, svelte a mettersi in posa, c’è “stoffa”: due righe di contratto, propone, posso gestirvi le esclusive.
Corona, occorre dire, è quello che ha capito di più e meglio come funziona la società dello spettacolo, e che lo dice con più cinica franchezza: «È inutile fingere, oggi la cronaca prende il sopravvento sullo spettacolo, queste cose vanno amministrate in modo serio».
È vero, è inutile fingere. La cronaca – la cronaca nera, cioè i drammi veri – “tira” di più dello spettacolo, dei cantanti, delle star. Interessa di più un’intervista ad Annamaria Franzoni che a un premio Oscar. Proprio perché la villa di Cogne è vera, perché tutto è accaduto davvero. E certo, ogni grossa storia di “nera” ha sempre riempito le pagine. Sem pre la gente ne ha discusso nei bar, e già col caso Montesi l’Italia era divisa fra innocentisti e colpevolisti. Ma il nuovo, la mutazione è che ora, sulla cronaca, cioè sulla realtà della vita e della morte, lo spettacolo si insedia come un virus opportunista su un organismo malato: e mangia e sbrana vorace, e “amministra”, dando in pasto, a chi paga, ogni cosa – nell’assoluta amnesia della sostanza di ciò che è accaduto: il lutto, il dolore.
Ai funerali di Lucio Battisti, qualche anno fa, nella folla immensa che gremiva il cimitero un padre alzò il suo bambino sulle spalle, dicendogli eccitato: «La vedi la bara? Lo vedi che c’è la tv?». ( Si era in quella Brianza dove pochi anni prima, al passaggio di un corteo funebre, ci si faceva il segno della croce). Ecco, quel modo di stare di fronte alla morte sta diventando normale. Omicidi come gialli, e noi davanti, seduti in poltrona. Come se fosse un film. Curiosi, ma singolarmente incapaci di immedesimazione nella sofferenza altrui. Come in una perduta cognizione del dolore.
In questa rimozione è poi normale che tutto, proprio tutto, sia spettacolo. Che ci si infili ad arte in una foto per un istante di gloria. E si allunghi il curriculum a un operatore tv: forse, è l’occasione buona per uscire dalle nebbie di Garlasco, dal cono d’ombra di una vita noiosa. Poi piomba lì, con un sorriso da sciacallo, il fotografo dei vip, e sfida i cronisti del campeggio mediatico: «Sono qui per fare il mio lavoro, magari meglio di tutti voi». Vorremmo dirgli che no, che lui inventa vip di plastica tirandoli su, come ambigui modelli, dalle storie più buie. E che il nostro è, invece, un altro mestiere. O, almeno: una volta lo era.

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