Quei ragazzi inghiottiti dal mostro mai sazio

Un ragazzo di diciannove anni ha iniziato a tremare l’altra notte sulla grande pista da ballo di una discoteca a Ibiza. Tremava tanto, hanno chiamato l’ambulanza. Era un italiano, ha tremato, sembrava poi stesse meglio. I suoi genitori sono arrivati da lontano. Ma il giorno dopo il suo fisico non ha più retto, e quel fiore di ragazzo ha reclinato il capo. La droga, un mix di pasticche e chissà cosa, l’ha piegato. E ora che il fiore di quella vita s’è chiuso resta un mare di inquietudine. Veniva da Bologna, da una di quelle che si chiamano banalmente “famiglie bene”. Nota in città, senza problemi economici, di impianto solido, che aveva scelto per lui una buona scuola.
Eppure. Eppure anche lui, come tanti ragazzi, è stato inghiottito da un mostro che sembra non essere mai sazio. Si interrogano i suoi genitori, i loro amici, e tanti: era tutto ok, cosa è successo? Che non si tratti di un “caso” lo dimostra il fatto che molti, troppi, sono i ragazzi con caratteristiche simili che però entrano in un giro di spinelli e pasticche. In una normalità di uso di stupefacenti. In una normale vita per bene che contempla però l’uso di stupefacenti. Poi se qualcuno di questi fiori ne viene piegato, allora un vento gelido si alza. E si capisce che anche l’esser per bene non fa da riparo. Non basta. Sì, essere per bene non basta a evitare per sé o per i propri figli un destino assurdo. Non bastano le buone maniere, il dedicarsi con intensità al lavoro, l’avere una famiglia cordiale. Non basta l’essere a posto. Perché il cuore di un ragazzo, e il cuore di un uomo non è soddisfatto dall’essere a posto. Vuole qualcosa di più forte. Qualcosa di più profondo. Una conoscenza dell’infinito. E se non ce l’ha lo cerca nella sua più terribile e stupida copia, nella sua più feroce scimmia: la droga.
Il vuoto aperto da queste giovani morti rilancia un problema. Che non è quello dell’esser più o meno persone per bene. Ma persone che hanno trovato e comunicano un senso adeguato per l’esisten za, cioè un significato che soddisfi la fame di infinito che vibra nella carne e nel cuore di un ragazzo. Solo il significato della vita è una soddisfazione più forte di una delle tante possibili droghe di cui si fa uso. Evitare di porsi questo problema equivale a consegnare queste morti alla cieca statistica delle morti assurde, e basta. Mentre invece la morte di questo bel giovane, il suo buttarsi via in una gita stupida a Ibiza, può essere l’icona tremenda, il lancio di acqua sui nostri occhi perché si prenda di più sul serio come siamo fatti. Fatti per l’infinito o condannati in qualche modo a strafarci infinitamente.
Le statistiche dicono che sette italiani su cento fa uso di cocaina. Da qui si comprende che anche il morboso scandalo sui politici che ne fanno uso o apre un dibattito più ampio su tutti noi oppure è pura propaganda. Chi si spende perché i nostri ragazzi possano trovare un senso dell’esistenza che sia più forte che appena l’essere per bene? Chi spende energie perché le amicizie non siano banali scivolamenti fatti insieme nel banale passatempo? Chi ha il coraggio di proporre qualcosa sfidando la forza di attrazione degli stupefacenti, qualcosa che crei nella vita uno stupore, un viaggio più intenso, più bello?
Il tremare ferito di quel ragazzo disperso nel luogo dove voleva trovare più vita si comunichi a noi, diventi il tremore di non smettere mai di cercare per noi e per coloro che amiamo la vita nella vita, l’infinito che il cuore sente come una fame e una promessa.

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