Internet. Google, un cervello che pensa per noi

Mister Eric Schmidt, l’intraprendente presidente di Google, assomiglia in modo inquietante a Dwar Rein. Chi sia costui lo riveleremo solo alla fine. Parliamo di Schmidt, manager che guarda lontano, molto lontano. Recentemente, parlando di Google al mensile “Wired” ha detto due cose: la prima già la sapevamo, la seconda temevamo di venirla a sapere.
La prima. “Google è un modo per fare pubblicità; un colossale supercomputer; un fenomeno sociale che coinvolge l’azienda, la gente, il marchio, i valori”. Che a una neanche troppo ristretta elite il resto dell’umanità interessi solo in quanto umanità consumante, homines consumantes, non meraviglia. Se qualcuno si dimostra interessato alle mie paure e ai miei sogni, suggerendomene di nuovi che neanche immaginavo di possedere, e ancora a come organizzo il mio tempo, alla mia famiglia, perfino alla mia fede… penso: che cosa mi vuoi vendere? La consumerist society o società di consumatori, a voler essere integrati, ha un nobile fine: far muovere il denaro più vorticosamente possibile, affinché tutti possiamo averne tra le mani di più, assieme a più merci che però ci restino in tasca il meno possibile, per far posto a merci nuove. A voler essere apocalittici, ha un ignobile fine: spremerci come limoni con la premessa che ogni modo è buono per riuscirci. La nostra privacy? La riservatezza è un ostacolo sulla via di quella perfetta conoscenza del consumatore, che spalanchi le porte al perfetto consumo vorticoso.
Come riuscirci? Con la seconda cosa detta da mister Schmidt: “Google, entro cinque anni, sarà un sito capace di rispondere a domande individuali come: che faccio domani? Oppure: quale lavoro dovrei scegliere? Nessun amico potrà conoscerti e consigliarti meglio”. L’inquietudine nasce dalla domanda: e se non desiderassi affatto un simile amico? Sembra di capire che sarà difficile sfuggire a tanto affetto, a meno di non trasferirsi su un pianeta deserto (un’isola non basta più, da quando esistono le connessioni satellita ri). Presto ci affideremo al cloud computing, che risponde a questo desiderio che, ci scommettiamo, prima di leggere queste righe ben pochi di voi pensavano di avere: perché inzeppare il nostro povero pc di dati su dati personali, quando possiamo ficcare tutto nel megaserver e usare il nostro pc come un agile terminale?
Per questo Schmidt rischia di assomigliare a Dwar Rein, il protagonista di Answer (La risposta), fulmineo racconto – più breve di questo articolo – scritto da Fredrick Brown nel 1954. In un remotissimo futuro, l’umanità collega tra loro tutti i calcolatori di 96 miliardi di pianeti abitati. Tocca a Dwar Rein porre al supercomputer, che Schmidt battezzerebbe forse Googlino, la domanda delle domande: “C’è, Dio?”. Risposta: “Sì, adesso c’è”. Un fulmine incenerisce Dwar Rein fondendo i circuiti e impedendo a chiunque di spegnere Googlino. Apocalittico alquanto, anche perché non prevede pianeti deserti.
La morale è trasparente: chi comanda a chi? Siamo noi i padroni della tecnologia, o è la tecnologia che è padrona di noi, del nostro tempo, dei nostri sogni, della nostra vita, fino a trasformarsi nel nostro dio? Non serve un pc per rispondere.

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