Il ragazzo suicida, un gabbiano che volava alto

Chissà un ragazzino di 16 anni dove trova il coraggio di infilarsi un coltello nel petto. Pensava che questo bastasse, per morire, invece la vita era continuata. Allora ha spalancato la finestra di camera sua, al quarto piano di una casa torinese, e ha spiccato il volo. Noi lo chiameremo Jonathan, come il famoso gabbiano che volava alto e per questo era un incompreso, un diverso. Ma Jonathan lo chiamavano anche i compagni di scuola, che del gabbiano Livingston non sapevano nulla, mentre tutto sapevano di quell’altro Jonathan, quello del Grande Fratello: «Sei un gay, sei come Jonathan, ti piacciono i ragazzi», gli ripetevano da un anno e ridevano di lui. Una battuta scherzosa, all’inizio, ma quando passa di bocca in bocca e diventa un’ossessione, una ferita che di giorno in giorno si fa più profonda e apre una voragine di ingiusta vergogna, vivere diventa impossibile. Jonathan, un ragazzo più sensibile della norma, più studioso della media, più solitario di quanto non sia di solito un sedicenne, più attratto dai libri che dai giochi di “guerra” tipici dell’età e della natura maschile… Jonathan, un ragazzo “più”. Era questa la sua diversità. «A sedici anni succede che la sensibilità molto spiccata non sia compresa dagli altri», ha spiegato sconvolta la preside dell’istituto tecnico torinese. E ha raccontato dei suoi voti alti, «7 e 8 in tutte le materie», del suo 10 in condotta anch’esso così singolare, del suo naturale «rispetto delle regole», forse preso per sciocca debolezza: in un mondo di bullismo chi non sta al gioco ed esce dalla mischia per inseguire sogni privati diventa preda, e la scuola – lo dice la cronaca – sempre più spesso non lo sa difendere. Questa volta nella storia di Jonathan una famiglia c’è, e c’è anche una madre che è attenta a suo figlio: per mesi ha asciugato i suoi pianti sconsolati, ha provato a spiegargli che quelle parole non meritavano il suo dolore, alla fine ha chiesto aiuto alla preside perché quel gioco crudele finisse. Ma non è c ambiato niente e col tempo Jonathan, il ragazzo che amava lo studio, ha scelto il rifugio della solitudine. Andare a scuola era ormai per lui entrare nell’arena dove lo scherzo, forse tuttora innocente, gli mortificava l’anima e quel grido di dileggio – «Jonathan, Jonathan» – ne faceva un “diverso”. Tanto più che lui qualcosa di diverso lo aveva davvero: sua mamma, arrivata vent’anni fa dalle Filippine, sbarca il lunario e tira su tre figli pulendo in casa d’altri. Questo faceva anche la mattina di martedì, mentre il suo ragazzo, il suo fiore all’occhiello, si infilava una lama nel petto e spiccava il suo volo. Sulla scrivania vicino alla finestra ha lasciato due lettere, dettagliate e ben scritte, da ragazzo diligente e da figlio responsabile, una per la mamma, l’altra per il mondo. Nella prima chiede perdono, nella seconda spiega: «I compagni non mi accettano perché mi vedono come uno diverso da loro. Non ce la faccio più». La stessa frase che aveva detto, invano, un anno fa agli insegnanti che lo avevano visto piangere: «Dicono che studio troppo, che ho voti troppo alti». Un diverso, ancora una volta. Un Jonathan, sì, ma nel senso del gabbiano isolato dallo stormo perché il suo volo era troppo alto, come i voti presi a scuola, come quella sua strana sensibilità, merce così rara da essere scambiata per altro, da non essere più riconosciuta. I professori lo consolarono e sgridarono i compagni, poi «non notammo più nulla», e chiusero il caso. Ieri il caso lo ha chiuso la Procura: nessun dubbio, trattasi di suicidio. Pratica archiviata. Intanto il circo dei politici si è già messo in moto: chi accusa, chi strumentalizza, chi chiede i Dico (sì, i Dico!), chi le più disparate iniziative a favore «dei gay come lui»… Una danza macabra sul corpo del povero ragazzo. Senza accorgersi che così anche loro continuano con quel grido che l’ha ucciso: «Jonathan, Jonathan…».

 
 
 

 

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