Politica in crisi. Occorrerebbe cambiare il gioco

L’articolo 67 della Costitu-zione italiana dice: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Principio che ha dalla sua motivazioni serie e qualche conseguenza rischiosa. Ad esempio, nessuno può contestare una decisione presa dal Parlamento o perseguire legalmente un parlamentare o un partito che disattendano il proprio programma elettorale. In questo limbo di legittima immunità, diciamo pure di potenziale assenza di un’etica della responsabilità politica individuale, si muove oggi il febbrile sforzo di ricompattare con il pallottoliere ciò che il quasi perfetto equilibrio numerico non consentirebbe di gestire. Non al Senato, per lo meno. Perché di tutte gli scenari possibili, di tutte le alchimie perseguibili che in queste ore si almanaccano sui tavoli strategici di coloro che tentano di dare vita a un nuovo governo vi è infatti una sola realtà che viene scarsamente evocata. Eppure è la più smaccata e probabilmente l’unica veritiera: al Senato non ci sono i numeri per una maggioranza di governo. Nessuna maggioranza. L’illusione che nutre e avvelena in queste ore chi tenta di far quadrare i conti arriva al punto di ignorare che il voto popolare del 2006 ha assegnato agli inquilini di Palazzo Madama quell’equilibrio di forze e soltanto quello. Un equilibrio – come si sa – quasi perfetto, tanto che l’esiguo sbilancio necessario a far prevalere una forza politica sull’altra si fonda quasi regolarmente sul voto dei non eletti, ossia dei senatori a vita. Ciononostante assistiamo a uno sforzo neppure troppo dissimulato di forzare la logica dei numeri, quasi si volessero allargare le pareti di Palazzo Madama per far posto a scranni che non ci sono, o gonfiare artificialmente quelli di cui già si dispone raccattando qua e là consensi e alleanze. Questo tentativo – pur noto e abusato nella lotta politica da svariate legislature, ma accentuatosi vistosamente negli ultimi dieci anni – raffigura senza mezzi termini un esplicito travisamento del mandato – ideale, certo non del vincolo – che gli elettori hanno assegnato ai loro rappresentanti. «Voltar gabbana – disse anni fa un politico eminente tuttora in servizio – è nel Dna degli italiani». Subito applaudito da una schiera di ammiratori che del suo motto hanno fatto addirittura una sentenza: «Dove ci sono voltagabbana – dicono – c’è democrazia». Ma non è con i tripli salti mortali che si risolve uno stallo politico come il nostro. Occorrerebbe cambiare il gioco, disfarlo delle sue furbizie e dei suoi vecchi rituali, uscire dalla nube purpurea di quell’autoinganno in cui i ragionieri dei partiti compulsano in queste ore numeri e teste. Cambiare gioco che significa ipotizzare esecutivi atipici o istituzionali che nella trasparenza rispetto agli elettori diano una risposta alle attese dei cittadini. Ma ciò implicherebbe una modernità di visione che finora la classe politica – magari anche a cagione del suo standard anagrafico eccezionalmente longevo – non ha mostrato di possedere. E un’altrettanta attenzione all’esito elettorale, cioè ai cittadini e al loro voto, che troppo spesso finisce in secondo piano. Diciamo pure sullo sfondo, a far da tappezzeria.

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