La piaga degli infortuni sul lavoro

La piaga degli infortuni sul lavoro, in Italia, è una realtà sulla quale – nonostante gli allarmi ricorrenti, le denunce, i dibattiti, le leggi precauzionali severe fino alla collera e minuziose fino alla pignoleria – non riusciamo ancora a registrare altro che perduranti sconfitte. I dati emersi nella seconda Conferenza nazionale “Salute e sicurezza sul lavoro” svoltasi a Napoli, sono impressionanti: ogni anno gli infortuni sul lavoro sono più di un milione, e nei primi nove mesi del 2006 si sono contati 1141 morti. Ne siamo scossi, ne sono scosse le più alte cariche dello Stato, il presidente della Repubblica col dito puntato sul lavoro nero e sulla precarietà; il premier Prodi a denunciare l’intreccio drammatico col lavoro sommerso, l’immigrazione clandestina, lo sfruttamento delle persone; i presidenti delle due Camere ad annunciare una grande inchiesta sulle condizioni dei lavoratori e sul lavoro che cambia. Questa costernazione, condivisa e rinnovata come l’ennesima replica di propositi virtuosi, darà finalmente un frutto? Dipende dal realismo dei rimedi con i quali si fronteggia il rischio. A Napoli è stata presentata la bozza di un Testo Unico per la sicurezza; non una compilazione – dicono – ma una innovazione; e del resto anche l’ultima Finanziaria si è già rimboccata le maniche, con un qualche “pacchetto sicurezza” che aumenta le responsabilità dei committenti negli appalti, inasprisce le sanzioni, potenzia la vigilanza sui luoghi di lavoro con i 300 nuovi ispettori. Ma il realismo ci costringe a non fermarci agli assiomi che mettono in corto circuito l’aspetto giuridico (o sociale) del lavoro subordinato e l’aspetto fisico, materiale, del rischio di lasciarci la vita e la salute. Intendiamoci, non si fatica a intuire che il fenomeno del nero e del sommerso è terreno micidiale, in cui l’assenza di tutela legale alla radice facilita ogni disinvoltura sul piano della sicurezza. Ma il nero e il sommerso vanno già combattuti nella loro ingiustizia r adicale, a livello originario, con o senza i morti; la sicurezza è invece problema generale da affrontarsi finalmente per se stesso, in tutti i luoghi e in tutte le forme. Non dice nulla il fatto che quando si parla di nero e di sommerso si allude spesso al Sud, e che il primato delle morti bianche appartiene invece alla Lombardia? Del pari, l’assioma di venire a capo della permanente tragedia mediante la moltiplicazione di norme e di testi unici deve fare i suoi conti con lo shock che la legge n. 626 del 1994, superperfetta fino alla impraticabilità, non ha modificato la nera statistica. Non sono solo le grida, dunque, ma i comportamenti osservanti, il punto decisivo. Per una volta varrebbe la pena di rimescolare il tutto, di comparare il tasso di infortuni del lavoro dipendente a quello del lavoro autonomo, sino a quello infine che si registra nell’ambito domestico (il più alto di tutti). È di una cultura condivisa della sicurezza che abbiamo bisogno, più urgente che di una rissa sulle colpe, restando inteso che dove c’è colpa ci sia castigo. In gioco è la cultura della vita: affidabile sì al casco, i guanti, la mascherina e gli stivali, ma prima di tutto al rispetto e all’amore della vita, che a tutto presiede.

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