Taormina. Omicidio Muscolino, il perché delle condanne

TAORMINA – «Gli imputati devono essere condannati per i reati ascritti. Va osservato che, una volta riconosciuta la sussistenza dei fatti in conformità all’imputazione, la pena base per il reato di cui al capo a) è quella dell’ergastolo». Le ragioni di una condanna al carcere a vita, le motivazioni di un giudice che mette la sua firma in calce a una settantina di pagine per spiegare il perché delle sue decisioni.
E in 73 pagine il gip del tribumale di Messina, Giovanni De Marco, ha spiegato tutto sui sei ergastoli che il 20 ottobre del 2006 ha inflitto a sei componenti del commando di nomadi slavi che la notte del 12 settembre 2005 fecero irruzione nella villa dell’imprenditore Pancrazio Muscolino, in contrada Chianchitta, tra Taormina e Giardini Naxos. Quel colpo progettato con cura per settimane da una banda di serbi che aveva la sua base al campo nomadi di contrada Gasena, in provincia di Agrigento, si concluse nel peggiore dei modi: Muscolino agguantò una delle sue pistole e sparò colpendo uno dei rapinatori, uno dei componenti del commando rispose al fuoco e lo uccise, poi ferì anche il figlio che lo stava soccorrendo.
La sentenza emessa ad ottobre 2006 dal gip De Marco, di cui il magistrato ha depositato nei giorni scorsi le dettagliate motivazioni, riguarda i sei slavi che all’epoca scelsero la strada del giudizio abbreviato, nel tentativo di ottenere uno “sconto di pena”. Sconto di pena che non è arrivato. Sul piano giudiziario è una sentenza che non ha precedenti nel nostro Distretto, quanto meno per il numero di condanne al carcere a vita emesse in regime di giudizio abbreviato.
La condanna ha riguardato gli slavi Vitomir Stojanovic, 38 anni; Slavisa Dimitrijevic, 35 anni; Zelikos Dimitrijevic, 22 anni; Boza Jovanovic, 36 anni; Slavoljub Dimitrijevic, 29 anni; Bogdan Bogdanovic (alias Tomislav Nikolic), 35 anni. Ad eccezione di Slavoljub Dimitrijevic, che è ancora latitante, tutti gli altri sono stati catturati e arrestati, e sono in carcere.
Nelle motivazioni della sentenza il gip De Marco compie una dettagliata ricostruzione processuale dell’intera vicenda: la rapina e il tragico epilogo, il rinvenimento del cadavere dello slavo Bojan Nikolic a Villafranca Tirrena, le accuse dettagliate dei parenti del nomade morto, le indagini e gli accertamenti del Ris dei carabinieri, la qualificazione giuridica dei reati contestati ai sei imputati, tra cui l’omicidio (volontario e non preterintenzionale) e il tentato omicidio.
«Deve escludersi – scrive il gip De Marco –, la possibilità di riconoscere le attenuanti generiche. Deve innanzitutto aversi riguardo alla eccezionale efferatezza del crimine e alla elevatissima capacità criminale degli imputati, quale si desume inequivocabilmente dalle modalità esecutive. Contrariamente a quanto argomentato da talune delle difese in sede di conclusioni – prosegue il giudice –, l’assoluta gravità della condotta non è funzionale alla cittadinanza ed alla provenienza degli imputati – extracomunitari -, come se lo stesso crimine posto in essere da cittadini italiani potesse essere giudicato con minore severità. Il crimine per il quale si procede è gravissimo per le sue intime caratteristiche, in quanto manifestazione del più assoluto sprezzo per la vita umana, per l’ordine civile e per il sistema delle leggi e delle regole. Non tanto è grave l’omicidio in sé, quanto il modo in cui a tale omicidio si perviene. Nessun paese civile può tollerare che bande armate scorrano il territorio, invadendo le abitazioni, razziando, anche a prezzo di vite umane».
In un altro passaggio il gip scrive che «la reazione del Muscolino era certamente legittima a fronte dell’aggressione patita non tanto al patrimonio, quanto alla vita propria e dei propri familiari, messa a repentaglio dalla minaccia condotta con le armi ed a fronte dell’invasione di un’orda sinistra e pericolosa. Il fuoco aperto nei confronti del Muscolino, prima, e del figlio, poi, è invece la estrema manifestazione del disprezzo nei confronti di qualunque valore di civiltà e dell’elevatissima capacità delinquenziale di chi non si fa scrupolo di uccidere pur di conseguire il proprio illecito profitto».
Uno dei capisaldi dell’accusa in questo processo è rappresentato dalle dichiarazioni di alcuni slavi che abitavano al campo nomadi di Agrigento, parenti del rapinatore morto durante il conflitto a fuoco. Il giudice le considera pienamente attendibili, anche perché sono state rese praticamente a poche ore dal colpo, in luoghi diversi e davanti a investigatori diversi, quindi senza nessuna possibilità di un “accordo preventivo”.
C’è poi in questa vicenda la figura di Nenad Pantic, “l’accusatore”: uno slavo che venne beccato agli imbarcaderi di Messina con alcuni gioielli rubati a villa Muscolino e che successivamente raccontò molto sulla rapina e sui colpevoli.
Secondo gli ultimi sviluppi dell’inchiesta su questa storia tragica, che è gestita dal sostituto procuratore Vincenzo Cefalo, Pantic è morto sulla spiaggia di Maregrosso il 12 maggio scorso. In un primo tempo il suo cadavere non fu identificato, solo dopo una serie di accertamenti, nel novembre scorso il magistrato lo ha identificato.
È stato ucciso per vendetta dopo aver raccontato tutto sulla rapina mortale? È questo il sospetto che aleggia nelle nuove indagini.
Scrive il gip De Marco: Pantic dichiarò che «durante la permanenza in carcere a lui come al Vasic erano stati inviati 100 euro affinché entrambi tacessero sulle circostanze della rapina e gli era stato offerto anche un difensore che egli aveva rifiutato».
Poi, mentre era detenuto a Palermo, Pantic inviò una lettera alla Procura di Messina in cui raccontava altri particolari: «ad esplodere i colpi all’indirizzo del Muscolino e del figlio di questi era stato Dimitrijevic Zeliko, e che questi successivamente, unitamente ad altri componenti del commando aveva consegnato la pistola al padrone dell’albergo Paradiso». Nel corso dell’incidente probatorio svoltosi a marzo 2006 Pantic ritrattò tutto «senza fornire alcuna spiegazione in merito. Nell’occasione, alla fine dell’udienza – scrive il gip De Marco –, si constatava che l’indagato Jovanovic Boza, anch’esso detenuto, salutava con un gesto della mano il Pantic che veniva portato fuori dall’aula».
Il colpo
La rapina avvenne alle 3 e mezza di notte del 12 settembre 2005 in contrada Chianchitta, tra Giardini Naxos e Taormina. I rapinatori radunarono tutta la famiglia Muscolino nel salone della villa.
L’imprenditorevenne accompagnato da un gruppo di slavi verso la camera da letto, dove c’erano due armadi corazzati, pieni di gioielli e armi.
Mentre i serbi arraffavano tutto Muscolino afferrò una della sue pistole e cominciò a sparare. Gli slavi fuggirono, un proiettile centrò alla schiena Bojan Nikolic, uccidendolo. Qualcuno dei rapinatori si girò e sparò con la sua calibro 9: Muscolino venne colpito a morte.
Il gip De Marco: «eccezionale efferatezza del crimine commesso»

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