Messina 1908. Trentasette secondi di terrore infinito.

Trentasette secondi di terrore infinito. Trentasette battiti mortali d’una città che cadde, rovinò, e mai più s’è levata, travolta dagli eventi e dagli uomini. Natura Matrigna sconquassò strade e palazzi, lampioni e teatri, balconi e finestre, letti e lampadari, rubò le migliaia di vite sopite della gente peloritana, recise il cordone con una terra che profumava d’essenza d’arancio e di cannella e oggigiorno alita di degrado.
Che città è quella che s’avvia a ricordare il centenario del terremoto? Ha finalmente concluso il ciclo storico legato a quella disgrazia?
Il terremoto che ha segnato la nostra storia si scatenò alle 5 e 21 minuti del mattino, il 28 dicembre 1908. Molta parte della popolazione dormiva. Già nel 1783 un altro sisma aveva distrutto gran parte della città.
L’evento tellurico del 1908 raggiunse il 10° grado della scala Mercalli e fu accompagnato da un devastante maremoto. Morirono 80.000 abitanti, all’epoca erano in tutto circa 130.000. Crollò il 90 per cento degli edifici, la città fu rasa quasi completamente al suolo. Furono interrotte le linee di comunicazione stradali e ferroviarie, le linee telegrafiche e telefoniche. Anche l’illuminazione venne a mancare sulle strade e nelle case in una vasta area, compresa tra Messina, Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Palmi.
Lo scenario che si presentò ai superstiti è inimmaginabile: sotto una grande cappa di polvere e fumo che avvolse l’intera città e sotto una pioggia torrenziale, seminudi e tremanti alcuni s’avviarono meccanicamente verso il mare, altri preferirono rimanere nei pressi delle case distrutte, cercando disperatamente di aiutare i parenti che erano rimasti schiacciati sotto le macerie. I roghi iniziarono a propagarsi tra le montagne di macerie e le spaventose voragini, bruciando ogni cosa.
Ma la tragedia non finì. Dopo le devastanti scosse il mare si ritirò e dopo pochi minuti tre enormi ondate, alte 10/12 metri, s’abbatterono sulla città già devastata, infierendo con violenza sul litorale. Fu così che molti superstiti del sisma vennero risucchiati al largo e annegarono, oppure vennero travolti successivamente dalle onde. La forza del mare trascinò al largo ogni cosa, comprese molte barche che erano ormeggiate in porto, parecchie navi alla fonda subirono gravi danni, entrando in collisione.
In mattinata, alle 9,30 il prefetto Ferri di Catania aveva inviato il primo telegramma sul disastro al ministero dell’Interno. Ma erano poche righe molto generiche.
Messina era sede all’epoca della 1° Squadriglia torpediniere della Regia Marina: quattro erano ancorate in porto insieme all’incrociatore “Piemonte”. I primi marinai a sbarcare furono quelli della torpediniera “Saffo” e dell’incrociatore “Piemonte”, che avviarono in quella terribile devastazione i primi soccorsi.
Vennero radunati i primi superstiti, oltre 400, che furono trasportati via mare a Milazzo. A bordo dell’incrociatore “Piemonte”, che intanto era stato raggiunto da alcuni ufficiali dell’esercito che si trovavano a terra ed erano sopravvissuti al disastro, vennero adottati i primi provvedimenti, raccordandosi con le autorità civili rimaste a terra: la nave “Spica” raggiunse Marina di Nicotera, in Calabria, il suo comandante riuscì a inviare a Roma il primo telegramma che informava concretamente del disastro. Erano le 17 del 28 dicembre 1908.
I primi superstiti, oltre 400, furono trasportati via mare a Milazzo Le scosse e le onde fecero crollareil 90% degli edifici.

 

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