NEI SIMBOLI DEL NATALE C’E’ L’UNIVERSO

Dai primi graffiti nelle rocce ai messaggi lanciati nel cosmo dagli osservatori astronomici, la storia dell’umanità è intessuta di simboli. Di simboli che parlano dell’uomo e delle sue speranze, che lo trascendono e lo proiettano in una realtà più grande.
Nella religione i simboli assolvono ad una funzione più alta perché uniscono popoli e nazioni, avvicinano persone che non si conoscono ma professano la stessa fede. Per questo motivo, colpire i simboli religiosi è come compiere una violenza all’uomo. Il Natale è il luogo nel quale il simbolo è assunto ad una delle sue forme più elevate. Dal racconto evangelico che parla di un evento tanto piccolo da passare inosservato, e tanto grande da cambiare la storia dell’umanità, gli uomini hanno tratto segni a non finire, nella pittura e nella scultura, nella musica e nella letteratura, e hanno derivato un linguaggio che sa parlare a tutti, ai sofferenti e a chi gioisce, ai grandi come ai piccoli.
Quando San Francesco realizzò a Greccio il presepe, creò un simbolo che è riuscito a svolgere anche per i bambini di tutto il mondo quella funzione che un grande filosofo dell’Ottocento riconosce alla musica, perché esso parla dell’universo in una lingua che ancora non si conosce ma è compresa da chiunque. Forse mai come nel presepe la trascendenza appare così vicina all’uomo, gli parla, lo rasserena, lo incoraggia, si presenta nella dimensione più semplice e insieme profonda.
I simboli del Natale hanno attraversato i secoli, quelli grandi e quelli bui, l’epoca delle persecuzioni e quelle della civilizzazione. Quando si ripresentano ogni anno in tante parti del mondo, anche non cristiane, si diffonde un messaggio rivolto alle famiglie, alle madri e ai padri, ai bambini e alle bambine, e questo messaggio parla della speranza, della speranza del futuro e della realtà del bene, della fiducia in se stessi e negli altri. Molti di noi sentono sofferenza nel leggere che questi simboli sono oggi contestati, in alcuni casi occ ultati, in altri paganamente trasformati, come se la storia potesse fare il cammino all’indietro, e potesse deformare i racconti evangelici in senso mitologico o favolistico, privandoli della loro voce autentica, del loro messaggio d’amore.
Lo sconcerto aumenta di fronte ad una giustificazione multiculturalista dell’occultamento, perché sembra ci si dimentichi che il Natale e i segni del cristianesimo sono stati i primi simboli universali e affratellanti dell’umanità intera. È una sofferenza legittima, ma può essere superata. Tante volte i simboli cristiani sono stati nascosti, fin nelle catacombe, o ricercati dai persecutori, o abbandonati da chi pensava di aver trovato altri lumi, di poter leggere solo nella realtà materiale il senso profondo della vita. Ma non c’è stato un solo momento nella storia nella quale quei simboli non siano tornati alla luce, a svolgere la loro funzione spirituale, mentre tutto il resto volgeva al termine. Hanno avuto termine le persecuzioni e sono finite le dittature più sanguinarie, le filosofie più superbe si sono piegate, le promesse più ambiziose della scienza hanno lasciato l’uomo con le domande più profonde ancora aperte, con le speranze tutte da soddisfare. Oggi dobbiamo esserne consapevoli. Ogniqualvolta cade un idolo, o si infrange una promessa, il simbolo del Natale sta sempre lì a parlare al cuore dell’uomo, a dirgli che vi sono speranze più grandi che possono cambiare già adesso la vita e illuminarla di una luce più vera. Questa convinzione può spingere a impegnarsi perché i simboli cristiani non siano cancellati o manipolati, perché essi parlano un linguaggio che è universale, non recano offesa ad alcuno, uniscono gli uomini più di tante cose effimere.

 

 

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