Pinochet, una missione tra i morti

La sintesi migliore della vicenda di Augusto Ugarte y Pinochet, il dittatore cileno morto l’altro giorno all’età di 91 anni, la si deve, crediamo, al presidente del Brasile Lula da Silva: «Egli fu il simbolo di un periodo ombroso e di una lunga notte per la democrazia». La notte sotto la dittatura è stata infatti lunga, quasi 17 anni, e venata di sangue e di dolore e di disperate attese (tremila, forse quattromila i morti ammazzati e gli scomparsi). E si dovrebbe aggiungere, nell’esplorare il lato nero di Pinochet, che egli fu il golpista responsabile – più o meno diretto – della morte del presidente Salvador Allende nel 1973, il boia di ogni forma di opposizione, il connivente interessato (accumulò all’estero una fortuna) delle operazioni progettate o direttamente eseguite dai servizi segreti degli Stati Uniti. Tra queste la cosiddetta Operazione Condor, che interessò praticamente tutta l’America Latina (ne furono protagoniste le polizie di Cile, Argentina, Brasile, Ecuador, Uruguay e Paraguay), e che stroncò degne persone anche all’estero, quale a Roma il democristiano Bernardo Leighton. Questo, sommariamente. il titolo dell’indifendibile violazione dei diritti umani e del terrore che l’ha accompagnata, lasciando nel corpo del popolo cileno ferite profonde, e soltanto in parte rimarginate. Ma sarebbe sbrigativo – ora che la morte di Pinochet consente di abbozzare un definitivo giudizio – ignorare il contesto «ombroso», per dirla con Lula, di quei diciassette anni, e soprattutto dei primi anni Settanta. Sin dalle prime, brucianti vampate (Cuba in mano a Castro, 1959), l’incendio rivoluzionario alimentato dal pensiero e dallo stile leninisti e maoisti si estendeva a tutta l’America latina, provocando da una parte illusorie speranze e dall’altra esagerati timori. Fu quella, comunque, una lunga e confusa stagione, altalenante fra rivoluzione e reazione, una stagione che in Cile divenne tragica con l’elezione alla presidenza di Allende. Uomo onesto, ma privo dell’acum e politico e del polso di ferro che sarebbero stati necessari per tenere a bada l’estrema sinistra della sua maggioranza e tranquillizzare non soltanto Washington, ma anche una parte assai larga del ceto medio e di categorie (memorabile la protesta dei camionisti) che temevano, non a torto, un precipitare della situazione economica. La famosa sentenza del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon («Facciamo in modo che quel figlio di p… – di Allende – non contagi l’intero continente») , pronunciata poco prima del golpe, illumina come una folgore scoppiata nel cuore di una congiura i protagonisti di un’epoca e il suo clima avvelenato. Il resto, come in ogni tragedia che non sia compiuta per la definitiva uscita di scena degli attori, non è silenzio, ma sussurri e grida. Sussurri dei cileni – non pochi, e non soltanto cileni – che sino all’altro ieri avevano creduto, quasi disperatamente creduto (nel plebiscito del 1988, quello che gli tolse definitivamente il potere, ebbe il 46 per cento dei voti!) nell’integrità del vecchio soldato. Grida dei morti e dei sopravvissuti senza giustizia terrena, per la quale sarebbe bene invocare, come minimo e contro i criminali viventi, tempi decentemente ed efficacemente rapidi. C’è chi chiede, anche in questo caso, la costituzione di tribunali internazionali. Noi siamo invece convinti che il popolo cileno sia abbastanza maturo per fare giustizia da sé e per raggiungere una definitiva riconciliazione, ora che Pinochet, simbolo e avventura di un simbolo, è calato nel mistero della morte: al quale tutti, e per tutti, dobbiamo l’ultimo rispetto.

 

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