L’usura formato famiglia, ultima tentazione mafiosa

È urgente rimodellare la legge 108

Due notizie forse un po’ trascurate negli scorsi giorni. Il 9 novembre, davanti alla Commissione Giustizia del Senato, il commissario straordinario per la lotta al racket e all’usura Raffaele Lauro lancia un grave allarme: «Oggi circa il 50% delle famiglie italiane può essere considerato a potenziale rischio usura». Il 26 novembre su Il Sole 24 ore il colonnello Gaetano Maruccia, comandante provinciale dei carabinieri di Napoli parla dell’esistenza di una sorta di «banca della camorra», il «cosiddetto “sistema”» che «sarebbe pronto a prestare denaro, anche a sostenibili tassi usurari, a quanti non hanno possibilità di ottenere mutui bancari». Ieri, infine, dal convegno organizzato dal ministero dell’Interno, in occasione del decennale della legge 108 del ’96, è arrivato l’allarme: nel 2006 le denunce di usura, già in calo da anni, sono quasi dimezzate rispetto al 2005. Tre fatti strettamente legati. Tre preoccupanti segnali di un fenomeno ancora sottovalutato, ma in fortissima crescita e in profonda evoluzione. Sempre di più “un affare di famiglia”. C’è infatti una “mutazione” dell’usurato, un tempo soprattutto imprenditore in difficoltà, oggi sempre più famiglia “boarderline”, sulla soglia della povertà o, comunque, con grandi problemi a finire il mese. Basta poco e si finisce nel baratro dell’usura. Drammaticamente soli. La stessa legge 108 non considerava il nucleo familiare come possibile vittima dello “strozzino”, limitandosi all’impresa.
Un’evidente grave carenza da sanare al più presto. Perché nel frattempo la criminalità organizzata, come al solito molto più rapida ad adeguarsi ai mutamenti socio-economici, ha offerto i propri servigi ai nuovi “clienti”. Ovviamente a carissimo prezzo. Un doppio vantaggio per le cosche. L’usura, infatti, come si legge nell’ultima Relazione della Procura nazionale antimafia, «rappresenta un canale di riciclaggio di proventi di altre attività illecite». Un comodo e “discreto” sistema per ripulire i soldi sporchi. Ma a nche per rilevare le attività di chi non riesce a pagare. Soprattutto quelle piccole, a conduzione familiare. La sempre crescente presenza delle mafie (un tempo l’usura era considerata dai boss un’attività “spregevole”), unita alla maggiore debolezza delle famiglie rispetto alle aziende, provoca il drastico calo delle denunce. La famiglia, trascurata dalla legge, inerme di fronte alla violenza mafiosa, stretta tra sfiducia e paura, sceglie (o è costretta a scegliere) il silenzio. L’unico aiuto in questi anni è venuto dalle fondazioni, spesso espressione del mondo ecclesiale e del volontariato cattolico. Con un’intelligente opera di prevenzione, aiutando chi è in difficoltà prima che bussi alla porta del cravattaro. Iniziative preziose, ma non sufficienti. Serve l’adeguamento della legge, con procedure più snelle e veloci. Ma serve soprattutto più attenzione per un fenomeno criminale e sociale certo non di serie B.

 

 

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