Bollo auto. Si finisce per penalizzare i meno abbienti

L’intervento sul bollo auto annunciato dal governo – ci riferiamo all’ultima proposta di tassazione, ma considerata la fluidità di questa Finanziaria è altamente probabile che cambi ancora – rischia di replicare lo stesso tipo di incidente già capitato con l’Irpef. Rischia cioè di fissare un obiettivo politicamente inattaccabile, ma di perseguirlo con modalità inadeguate e potenzialmente controproducenti in termini di equità. Finendo paradossalmente per penalizzare categorie incolpevoli e fasce non certo privilegiate della popolazione.
Nel caso delle nuove aliquote Irpef, dopo la proposta originaria il governo ha dovuto correggere il tiro, su pressione delle forze riformiste della maggioranza, per evitare che l’obiettivo della redistribuzione di reddito penalizzasse famiglie niente affatto ricche. Nel caso del bollo auto, che aumenterà per l’85% dei veicoli in circolazione facendo incassare in un sol colpo allo Stato circa 538 milioni di euro in più, l’errore rischia di ripetersi, e non è un caso che sia stato proprio un riformista come il ministro dello Sviluppo Bersani a suonare il campanello d’allarme.
Se la volontà è di scoraggiare l’acquisto di veicoli inquinanti, un parametro che andrebbe seriamente tenuto in considerazione è la quantità di Co2 (anidride carbonica) emessa per ogni chilometro percorso, come rilevato anche dalla più autorevole rivista del settore, Quattroruote. La potenza o la cilindrata contano poco in termini ambientali (un Suv può inquinare meno di un’auto di media cilindrata). Nel punire le auto più vecchie e inquinanti, poi, si colpiscono soggetti non direttamente responsabili del peggioramento della qualità dell’aria. È un dato di fatto che negli ultimi anni la potenza dei motori sia andata via via aumentando per scelta delle case automobilistiche e non certo per esplicita richiesta delle famiglie. Inoltre, chi ha comprato qualche anno fa un’auto «Euro0», «Euro1» o «Euro2», lo ha fatto semplicemente perché in quel periodo lo Stato consentiva la vendita di quei veicoli, e non per questo va considerato un nemico dell’ambiente da punire a tutti i costi. In Italia il 35% del parco circolante ha più di dieci anni. Il problema ambientale è serio, ma se si esclude qualche radical-chic metropolitano, normalmente un’auto vecchia si accompagna a una famiglia che non può permettersi di spendere 15, 20 o 30mila euro ogni cinque anni. Perché allora sovratassare il possesso di un veicolo vecchio e non incentivare invece massicciamente l’acquisto di auto nuove o, come dice qualcuno, “ecologiche”? Tantopiù che il superbollo rischia di produrre un effetto paradossale per chi vive nelle grandi città: i possessori di auto più “vecchie” dovranno pagare ancora più tasse, ma non potranno circolare a causa dei blocchi ambientali.
Un’idea intelligente, equa e compatibile con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’aria, arriva sempre dalle riviste di settore, e invita a guardare alla Francia, dove il bollo è stato eliminato e sostituito con un lieve ritocco delle imposte sulla benzina. In sostanza: chi più consuma, più paga. Curiosamente, tra l’altro, la benzina francese non è affatto più cara di quella italiana, grazie alla maggiore liberalizzazione del mercato. Ma questa è proprio un’altra sttoria.

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