LE SPIATE ITALICHE, VIZIO DA ESTIRPARE

Sta diventando un vizio molto pericoloso. A cadere vittima nella rete delle intercettazioni e delle indagini illegali questa volta è stato Romano Prodi (la scintilla: una donazione immobiliare effettuata nei confronti dei figli), ma insieme a lui – stando alle notizie che provengono dalla Procura di Milano – ci sarebbe almeno una ventina di nomi eccellenti. Tutti “tracciati”, come si dice in gergo, tutti spolpati nella loro vita privata attraverso l’esame incrociato delle cartelle tributarie, dei registri catastali, dei conti correnti bancari e chissà cos’altro ancora. Un vizio molto pericoloso e un indice altrettanto pericoloso dello sconfinamento verso il basso della lotta politica in Italia. Perché non dimentichiamoci che è troppo tempo ormai che non si parla che di intercettazioni, di tabulati, di conversazioni riservate, di elenchi di personalità sotto controllo telefonico, di tecniche sofisticate di intrusione nella vita privati di cittadini che fino a prova contraria non sono oggetto di indagine da parte della magistratura, ma che tuttavia suscitano la curiosità insistita di qualcuno o di qualcosa. “Dati sensibili”, li chiamano. E con in mano certi dati si possono ottenere certe cose. Lo sapevano bene i compilatori degli elenchi degli abbonati Telecom da controllare. Lo sanno bene gli uffici riservati dell’intelligence quando mettono sotto controllo qualcuno. E lo sa ancor meglio chi ha ordinato che venissero spiati Romano Prodi e sua moglie, e prima di lui chissà quali e quanti ministri, leader politici, imprenditori, giornalisti fino addirittura – ma questa ci pare una conferma della vena arlecchinesca del genio italico – al povero Bobo Vieri, spiare il quale ci pare francamente una perdita di tempo e di denaro. È questo vizio italico che va estirpato alla radice. Il Sifar, i dossier di De Lorenzo, il “Piano Solo”, i progetti di Gelli, i tanti mai risolti misteri d’Italia sono i progenitori naturali di questo malaffare camuffato da esigenze di sicurezza na zionale e al tempo stesso sono i parenti prossimi dei sistemi autoritari (da quello siriano a quello cileno ai tempi di Pinochet) che sulla delazione, il controllo capillare, la schedatura sistematica e l’esame minuzioso dei “dati sensibili” fondano la propria sopravvivenza. In attesa che l’indagine della magistratura approdi – il prima possibile – a risultati certi, la domanda che ciascuno si fa è sempre la stessa: chi è il mandante di questi abusi? A quale padrone, a quale referente, a quale potere opaco il burattinaio che ha mosso fiamme gialle, dipendenti delle dogane, pubblici (e magari inconsapevoli) ufficiali rispondeva? Delle tante pagine oscure della nostra Repubblica questa – il continuo ricorso a intrusioni e intercettazioni nella vita privata di cittadini più o meno illustri – è forse la più disonorevole: nemmeno uno straccio di sbiadito ideale, di malinteso fervore rivoluzionario, di ansia purificatrice si intravede dietro questi ragionieri dell’intercettazione, formichine compilatorie che allineano migliaia di files, milioni di parole, miliardi di lettere e di cifre sugli schermi dei loro computer. A vantaggio di qualche oscuro – e quasi sempre inutile – disegno di potere.

 

 

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