TUTTI I PM DI GESU’

Messia? Profeta? Santo? Leader politico? Chi era quello “strano” imputato? Un uomo di Nazareth sulla trentina, un predicatore che aveva percorso la Galilea compiendo segni prodigiosi e insegnando una singolare dottrina. Folle numerose lo avevano seguito. Fu arrestato senza che nessuno gliene spiegasse il motivo. Le prove dell’accusa erano contraddittorie. Fu lasciato solo e privo della possibilità di imbastire una difesa. Il giudice preferì lavarsene le mani: abdicò alla sua coscienza e si sottomise al potere della piazza e delle istituzioni. Così in meno di ventiquattr’ore venne pronunciata ed eseguita una condanna a morte senza appello. Prima della crocifissione, ci fu però il tempo di flagellare il condannato. Il suo nome è Gesù. Per coloro che credono nella sua parola è il Cristo, il Messia, il figlio di Dio sceso in terra. Ma la sua figura ha segnato l’intera società occidentale che ha iniziato a contare il tempo dal giorno della sua nascita. Oggi il processo che subì Cristo non sarebbe nemmeno pensabile, perché violerebbe i diritti fondamentali dell’uomo sanciti dalle convenzioni internazionali. Negli anni ha ispirato il genio degli uomini di ogni ramo del sapere, dalla storia al diritto, dalla filosofia alla religione, dall’arte alla drammaturgia: del 1955 è Processo a Gesù, una famosa pièce teatrale di Diego Fabbri. La persecuzione di Cristo farà discutere anche alla II edizione del FestivalStoria, in programma a Saluzzo e Savigliano (Cuneo) dal 19 al 22 ottobre. «Imputato alzatevi» è il titolo scelto per la manifestazione di quest’anno che avrà come tema «Il processo nei secoli». Si riaccenderanno i riflettori su una lunga serie di processi epocali, come quelli a Socrate, Galileo, Luigi XVI. Saranno chiamati a testimoniare, storici, letterati giuristi, filosofi, scienziati e teologi. Ma non è un caso se la rassegna si aprirà, mercoledì 18 a Torino, con il «Processo a Gesù Cristo». Al dibattito parteciperanno, tra gli altri, Giovanni Filoramo, padre Samir Khalil Samir, Ermis Segatti, Giorgio Bouchard, Gustavo Zagrebelsky. «Oggi il processo a Gesù continua, – afferma Ermis Segatti, docente della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale – perché purtroppo si corre il rischio di smarrire la vera identità di Cristo». Per sgomberare subito il campo da illazioni che ogni tanto saltano fuori, Giovanni Filoramo, docente di Storia del cristianesimo all’università di Torino, è lapidario: «Anche da testimonianze esterne al Vangelo, come Tacito, oggi nessuno storico serio rifiuta la storicità del fatto: un ebreo di nome Yehòshua, Gesù, che significava “Dio salvatore”, è stato condannato sotto il prefetto romano Ponzio Pilato negli anni 30-33. E da altre fonti, sempre storicamente attendibili, come alcune lettere di Paolo di Tarso, più antiche degli stessi Vangeli, sappiamo che Gesù, subito dopo la morte, era ritenuto risorto e vivente». Paolo scrive intorno agli anni 50, quando cioè i protagonisti di quel processo erano ancora vivi e potevano sbugiardare i cristiani indicando la tomba e il cadavere. Ma non era possibile: le spoglie di quel galileo non c’erano più. Stando alle Scritture, i sacerdoti del Tempio non accettarono che Gesù fosse il Messia, il figlio di Dio. «C’è stato un fraintendimento – spiega il teologo cattolico Segatti – attendevano un Messia diverso. È il dramma profondo della fede: c’è sempre il pericolo di concepire Dio secondo le proprie attese. Ma Dio scegliendo quel supplizio si è rivelato in maniera sconvolgente: ha voluto per sé quanto di più umiliante c’è nel mondo, per dimostrare che la sua grandezza non è quella pensata dall’uomo». Concorda il pastore valdese Giorgio Bouchard: «Sulla croce appare chiaro che Gesù è l’amore di Dio. Pilato da cinico burocrate cercava una risposta alla verità, ma non si è accorto di averla lì, davanti a lui, in carne e ossa». Un Dio che resta tale anche se ha avuto paura e ha sudato sangue nel Getsemani. Non ha dubbi Segatti: «La sofferenza testimonia l’umanità di Dio e la sua capacità di confrontarsi con il limite dell’uomo. È immaginabile il travaglio interiore di Cristo, ma anche quei suoi silenzi durante il processo, che colpirono tanto i padri della Chiesa e Dostoevskij, dimostrano l’accettazione della volontà del Padre». Più arduo appare individuare le responsabilità del processo. Il professor Filoramo è cauto: «È molto difficile dare un’interpretazione univoca delle fonti. C’è stata una lettura più positiva di Pilato, che da altri documenti appare invece un prefetto crudele, e negativa dei capi ebrei. Però è più plausibile che siano stati i romani a condannare Gesù, alla stregua di un pretendente politico. Lo confermano, tra l’altro, la scritta da loro affissa sulla croce e riportata dagli evangelisti, “Io sono il re dei giudei”, e la crocifissione, tipico strumento di punizione dei ribelli». Rimane quella fulminea, brutale esecuzione e tutto ciò che seguì alla morte di quell’uomo. Ritorna allora la domanda rivolta più volte a Gesù durante l’interrogatorio: «Ma tu chi sei?». E la risposta: «Io sono la verità». Non appartengono più a un processo nei lontani territori dell’impero romano. Ma insidiano la coscienza di ogni uomo, ormai da duemila anni.

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