E’ giusto premiare chi dice ucciderò con più prudenza?

Vorremmo che oggi i giudici, dopo aver sentito le parole addolorate, incredule e rassegnate di Luciano Paolucci, il papà di una delle due vittime di Luigi Chiatti, dicessero: scusateci ci siamo sbagliati, abbiamo interpretato male la legge. Darebbero serenità a tutti, perché le norme penali non servono soltanto a mettere gente in galera o a tirarla fuori: dovrebbero servire soprattutto a dare serenità alla comunità, oggi profondamente turbata per lo sconto di tre anni al pluriomicida di Foligno. Abbiamo difficoltà ad utilizzare la parola “mostro” che, riferita al responsabile della morte di Simone Allegretti e Lorenzo Paolucci, non fu coniata dai giornali, ma dallo stesso omicida, il quale volendo terrorizzare, tra un assassinio e l’altro, mandò a dire: «Sono il mostro, e colpirò ancora». Si autodefinì mostro e ne parve poi compiaciuto. Volle ripetersi, rinnovare il terrore che aveva seminato e, nelle pieghe della lunga vicenda giudiziaria che si concluse con la sua condanna a 30 anni di reclusione, ebbe modo di dire a una guardia penitenziaria: «Uscirò fra 20 anni e farò altri omicidi con molta più prudenza». Chiatti, nella sua allucinata autorappresentazione di mostro, vuole mostrarsi uomo di parola. Anche questo è mostruoso.
Se i giudice dicessero scusate, allora tutti capirebbero; si darebbero una facile risposta tutti quelli che ragionano molto più semplicemente dei magistrati: «Ma se quest’uomo è un mostro, perché deve uscire prima di galera?» Ma non sapendosi dare una spiegazione plausibile stringeranno al petto i figli che hanno la stessa età di Simone e Lorenzo, come se il pericolo fosse imminente, come in un triller quotidiano senza respiro.
A Chiatti, per effetto dell’indulto saranno condonati tre anni. Ventisette pure basterebbero per una persona che voglia redimersi. Ma per Chiatti sarà così? Il punto allora è un altro. Non sono questi tre anni a fare la differenza, ma è il concetto di certezza della pena che viene eroso, pare arbitrariamente, se da vvero, come preannunciato, la procura di Perugia impugnerà in Cassazione il provvedimento che ha concesso il beneficio a Chiatti. La gente che vede nella legge uno strumento per garantirsi la propria serenità, ragiona solo con il buon senso che non dovrebbe mancare neppure ai giudici, perché – argomentando semplicemente, come fa la presidente della Regione Umbria dove si compirono le mostruose gesta di Chiatti – il Parlamento aveva espressamente escluso dall’indulto i reati di pedofilia. Sono solo parole di buon senso e non ispirate semplicemente al codice penale anche quelle dei legali delle vittime, quando sottolineano l’elevatissima pericolosità sociale che – dicono – «permane come dato tangibile e desumibile dalla mancanza di ogni segno di pentimento in relazione agli efferati delitti che ha compiuti e che mai ha rinnegato». Non bastassero le opinioni di giudici, psichiatri e criminologi che per questa pericolosità rinchiusero Chiatti, valgano le parole di Chiatti stesso che ha ripetuto: lo rifarò.
Tre anni su ventisette forse sono solo una briciola di tempo, ma chi garantirà, adesso, che la certezza della pena non sia erosa dagli altri benefici previsti dalla legge Gozzini che regola periodiche riduzioni di pena? È sacrosanto chiedere serenità ed è giusto anche implorare misericordia, ma la misericordia, come ha detto in queste ore un sacerdote, non è disgiunta dalla giustizia.

 

 

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