Calcio. Abbiamo perso tutti. Ora si può ripartire dal fondo

Tutti condannati, tutti inchiodati alla proprie responsabilità, a partire dall’ex presidente della Federcalcio Franco Carraro, riconosciuto in pratica al vertice di un sistema sbagliato e da punire. Il pallone italiano esce con le ossa rotte dal giorno più lungo della sua vergogna. Pene pesanti per la Juventus, privata degli ultimi due scudetti e retrocessa in Serie B con 30 punti di penalizzazione; per Fiorentina e Lazio condannate a ripartire dal campionato cadetto, mentre il Milan conserva la massima serie gravata da un handicap di 15 punti e perde il diritto di giocare le Coppe Europee. Non ride nessuno, nessuno ha vinto, abbiamo perso tutti. E interessa poco adesso fare confronti, soppesare la diversa entità delle pene, perdersi in calcoli. Un fatto resta, enorme e stridente: appena cinque giorni fa l’Italia tifosa che sguazzava nelle fontane ebbra di orgoglio per i suoi azzurri, ieri sera pendeva sconfortata dalle labbra della Commissione d’appello federale che emetteva sentenze umilianti per chi fino all’ultimo ha provato a credere in un calcio diverso. Oppure in un incubo dal quale svegliarsi sperando che nulla fosse vero.
Non è così purtroppo, e Luciano Moggi con i suoi compari non è stato un sogno. Manca ora solo la definitiva decisione della Corte Federale, che difficilmente cambierà di molto le decisioni prese. Condanne peraltro quasi perfettamente previste dalla Gazzetta dello Sport in edicola ieri, a conferma che quel giornale è fatto da ottimi giornalisti che sanno fare il loro mestiere, ma che c’è probabilmente anche un sistema delatorio da sconfiggere: se questo è il nuovo corso voluto da una giustizia sportiva che pretende di cambiare pagina, siamo a posto. Non siamo insomma all’anno zero del calcio, stiamo peggio. La pena complessiva servirà da monito forse, il tempo che occorrerà ai club condannati per scontarla potrà aiutare a ragionare, a capire che lo sport è altro, che la gente è stufa di dover sospettare e non vuol gioire solo spinta dall ’illusione che si sia fatta piazza pulita.
Quello che è accaduto in questi giorni poi ha sfiorato in bassezza i fatti incriminati, perchè cavalcando il trionfo Mondiale a briglia sciolta in tanti – in troppi – hanno auspicato pene lievi, parlando prima ancora di conoscerle di sentenze ingiuste, di giustizia sommaria, di diritti delle difese non tutelati, spostando sul piano politico o ideologico quello che era e resta solo un processo alla corruzione arbitrale e ad un sistema sportivo bacato. Da Mastella, ministro della Giustizia che mette in dubbio l’opportunità di una decisione severa di una corte di Giustizia, al debordante Berlusconi che propone un vergognoso colpo di spugna per tutti per salvare se stesso e il suo Milan. Non hanno capito. Non si sono resi conto che al di là del tifo di parte, lo zoccolo duro della gente per bene vuole pulizia e non indulgenza, aria nuova e non cavilli.
Quello che abbiamo perso non è la Serie A o un campionato di grandi nomi. Ma la fiducia, a prescindere da processi, condanne, ricorsi e controricorsi: gli illeciti dei vari maneggioni, le telefonate intercettate, la prova che in molti baravano sul pallone non sono nemmeno il principale dei problemi. Il punto è che negli ultimi dieci anni abbiamo guardato, raccontato e propagandato un calcio finto: lo diciamo senza il compiacimento dei puntatori di ditino, ma con il dolore di chi a questo sport ha dedicato illusioni e passioni, e non solo il proprio lavoro. L’onestà di chi è alieno da tutto ciò – e sono in tanti – ed il calcio di base: queste potrebbero essere buone vie di fuga, ce lo diciamo da soli. In tutto quello che c’è in mezzo faticheremo sempre più a credere, a meno che condannare quattro club, qualche arbitro e qualche dirigente possa cambiare l’etica sportiva di troppi addetti ai lavori il cui unico sogno era quello di prendere il posto di Moggi. Quel modo di intendere lo sport è morto, Moggi è già un ricordo, pesante e cupo. E anche chi pagherà, ora lo faccia da uom o. Ripartendo da dove la giustizia ha deciso che deve ripartire, senza altre polemiche, senza ricorsi o vittimismi. Piombare sul fondo non è un dramma se si ha la voglia di risalire in modo trasparente. Perchè questa Repubblica fondata sul pallone ha ancora voglia di andare allo stadio e di accendere la tv per una partita, a patto di poter guardare altre facce, altre storie. Diverse da questa.

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