Mondiali di calcio. Trionfo delle facce di periferia

Impossibile dormire. Facile capire. Campioni del mondo. Prìncipi senza destino con un destino scritto in faccia. Sporchi e cattivi, se guardiamo al sistema. Irriducibili in campo, se li prendi da soli, se li cementi in quel gruppo prima improbabile e fragile, poi invece fuso nel piombo di un’impresa, concetto che ci è caro quando dobbiamo cavare il meglio dal peggio. Hanno vinto, sono i ragazzi della via Lippi. Sassi nelle scarpe, ma non chiamateli eroi: è difficile dipingersi così quando hai comunque le tasche piene. Ma con le tasche piene è difficile essere semplici. E trasformare in straordinario il normale del proprio dovere. Ci credevano in pochi, ci hanno creduto loro.
E questo è bastato. Basta sempre quando la volontà è pura. Anche la sorte si piega. Anche i rigori. Fatali tre volte su tre, finalmente perfetti quando non hai paura a tirarli.
Un Mondiale perfetto, proprio perché tirchio e povero. Un Mondiale italiano, dall’inizio alla fine. Abbiamo spremuto gol da terzini e panchinari. Bellissimi, improvvisati, proletari. Non è stata la saga dei Totti, famoso per un pollice, convalescente cronico, fantasma anche finale. E neppure dei Del Piero, simbolo involontario del calcio in attesa di giudizio, che pure l’ha firmata in extremis questa Coppa, mettendoci del suo. Sono altre facce che ci porteremo in cartolina, normali, anche mai viste prima, barbute e oblunghe.
Facce da bar di periferia, dove il Mondiale è stato vita, sofferenza, televisore senza plasma da guardare con gli occhi annacquati da un calice in più. Facce d’Italia profonda. Di quell’Italia che non vince mai perché sempre troppo presa dalla fatica di resistere.
Facce da Materazzi, il ragazzo giraffa, panchinaro anche nell’ultima Inter del patinato Mancini, capocannoniere d’Italia con due reti, come Toni che però i gol li fa di mestiere. Materazzi no. Era lo scomposto da evitare, lo sgraziato del quartiere. Ci ha messo la testa, si è presa in petto quella di Zidane, un rigurgito da tepp istello di banlieue, subendo (e ovviamente provocando) la follia che era sempre stata sua e trasformandola in trionfo.
Facce da Gattuso («mamma come so’ brutto», ha detto vedendosi in tv), uno che l’erba del campo la mangia a colazione, che ha girato il mondo in pallone ma che se deve fare una dedica pensa a Corigliano, Calabria, briciola d’universo, salame piccante, sole feroce e polvere. «Senza lo scandalo di Calciopoli non avremmo mai vinto», la sua ammissione sincera. La rabbia trasformata in oro, miracolo da classe operaia.
Facce da Grosso, il primo gol ai tedeschi, l’ultimo ai francesi, protagonista più di tutti, la serie A artigliata a quasi trent’anni, tanti per chi vuole arrivare. Da Pescara a Palermo, periferia del pallone. E prima pane raffermo, sogni, il dubbio di fare lo stesso mestiere degli altri che hanno le foto sui giornali. Una carriera ai bordi, e poi il mondo che ti ferma e ti dice: sei stato grande, Grosso, piccolo campione dell’impossibile alla tua prima estate in diretta con la felicità.
«Non ci credo», gridava dopo la rete alla Germania. Era troppo, il biglietto della lotteria, il colpo d’ala che cambia i connotati, l’ultimo che diventa primo. Magia del pallone, grottesco sipario che uccide le gerarchie. E regala notti dalle quali l’unica paura è quella di svegliarsi. Domani, oggi, purtroppo sarà un altro giorno.

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