Calcio malato, gesto forte l’unica cura

Avanti così. E poi vediamo che cosa succede. E se qualcosa succede. Splendida soluzione all’italiana per la Nazionale che da ieri è in ritiro a Coverciano per preparare il più scomodo Mondiale della storia del nostro calcio. Nell’aula magna del raduno azzurro, a venti metri dalla stanza in cui i designatori arbitrali Bergamo e Pairetto truccavano alla luce del sole i sorteggi delle giacchette nere, Marcello Lippi ha appreso ieri che resterà al suo posto: un commissario (tecnico) che incassa la fiducia di un commissario (straordinario) piazzato sulle rovine fumanti della Federcalcio per spazzare via la cenere. Si pensava potesse (dovesse?) usare la vanga Guido Rossi. Per ora ha esordito – sobriamente vestito di bianco – nel suo non invidiabile ruolo brandendo un piumino. Fiducia a Lippi, lodi sperticate sulla sua correttezza, conferma piena di tutti i 23 giocatori convocati. Gli eventi gli hanno lasciato in mano un fiammifero acceso: verificato il fatto che Lippi le sue dimissioni spontanee non le avrebbe presentate mai, ha deciso di non spegnerlo quel fiammifero. Rossi ha letto le carte processuali, ha parlato con i magistrati: se ha preso una decisione garantista, avrà i suoi motivi. Ma l’Italia del pallone sgonfio così andrà in Germania ancor più disarmata, e con la certezza di essere spernacchiata. Alla fine resta netta l’impressione di una grande occasione persa. Per dimostrare qualcosa. Con la forza magari, se era necessario. Qui non si trattava di sapere se Lippi è colpevole di qualcosa o meno, si trattava soltanto di capire se Guido Rossi sarebbe stato capace di voltar pagina. Non lo imponeva la logica forse, ma certamente l’ideale volontà della maggioranza dell’opinione pubblica, stufa di un mondo in libertà provvisoria, e di tanti protagonisti solo sfiorati (per ora) dai tribunali ma travolti dalla nausea altrui. Quella stessa opini one pubblica per una volta molto più propensa a guardare i “moduli” di comportamento piuttosto che a quelli di gioco. Nessuna risposta invece su questo: il commissario tecnico ha ribadito di non essere indagato, di non essere stato mai influenzato nelle sue scelte, di aver parlato al telefono con Moggi come con altri mille dirigenti. Le intercettazioni nelle quali ironizzava sul fatto di non essere lui il vero responsabile tecnico della Nazionale, e i legami con il figlio dipendente della famigerata Gea non sono reati, certo. Il sospetto insomma non basta, l’idea di approdare in un Mondiale dopo aver ricevuti i fischi della gente, nemmeno. In Germania lo attendono nella migliore delle ipotesi i sorrisini ironici del resto del mondo e l’eco del disamore del pubblico italiano. Un gesto forte avrebbe potuto farlo. Per buon gusto, per se stesso prima di tutto. Invece ha scelto di tirar diritto: sarà un capo dimezzato, alla guida di un gruppo in cui molti giocatori sono nel mirino della giustizia sportiva, chi per il calcioscommesse come Buffon e Iaquinta. Chi per contiguità presente o passata con la Gea, come Nesta, Materazzi, Oddo. Nessuno di loro ha fatto un passo indietro, l’unico modo per dimostrare di fare un passo avanti. Di sicuro Lippi è il degno volto del calcio italiano, in questo momento: bravo, visto che nel lavoro quotidiano pochi sono meglio di lui e che in Nazionale fra una telefonata di Moggi e l’altra ha costruito lo spirito giusto, ma incapace di capire l’opportunità di una situazione. Desideroso di mostrarsi uomo sprezzante e vero, in un calcio finto. Non si è dimesso per una banale questione etica (tutto è relativo, in fondo: o no?), e se Totti azzeccasse un mese impeccabile, magari tornerà pure accolto da trionfatore. Perchè la memoria è corta. Spesso, non sempre. E non per tutti.

 

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