Giudiziaria. Inquieta questo clima di amoralità

Questa brutta storia del principe di Casa Savoia finito in prigione con accuse che mettono vergogna e disgusto è divenuta il crocevia di opposte indignazioni.
La prima riguarda il contenuto delle accuse, lo scandalo dell’associazione per delinquere, la corruzione, il gioco d’azzardo, il contorno di prostitute, le squallide intraprese del denaro facile e sporco. L’altra riguarda la pubblicazione delle conversazioni intercettate, minuziosa e crudele fin nelle trivialità lessicali, cose da far togliere il giornale dal tavolo se in casa ci sono bambini.
Sui teoremi della giustizia penale mi par giusto non dir nulla. A parte la presunzione d’innocenza, che vale per tutti fino a condanna definitiva, tra i cattivi propositi e le cattive azioni, cioè fra il dire e il fare, c’è di mezzo il processo, non la gogna. Sui risvolti privati e personali delle conversazioni, che denudano i personaggi e ne frugano il profilo intimo, provo un segreto rossore mentre l’occhio scorre le righe dell’oscenità come attraverso il buco d’una serratura.
Ma se non ho il diritto di giudicare nessuno, è il quadro d’insieme, invece, che ferisce ed inquieta, e vieta di distogliere gli occhi; un panorama “pubblico” che man mano si accampa nel fuoco dell’attenzione, mentre i personaggi scoloriscono. Sono i legami d’amicizia affaristica, le strizzate d’occhio agli uomini della pubblica amministrazione, il “traffico d’influenza”, lo scambio di favori e di mazzette, la corruzione, il mercato delle licenze, la frode nel gioco d’azzardo, il contorno di prostituzione. È questo quadro che mette sconforto, perché i soggetti sembrano muoversi con totale indifferenza etica, senza un freno, un dubbio, un timore, un soprassalto della coscienza. Come se questa deriva fosse in fondo la normalità della vita, perché così fan tutti e chi lo nega è un ipocrita, perc hé le pubbliche virtù sono la foglia di fico dei vizi privati, perché “i regali comprano gli uomini e gli dei”.
È questo clima di amoralità, di banalizzazione del male, ciò che mette in cuore un’infinita tristezza, se il costume italico che si pratica nei luoghi delle persone che contano è quello dipinto dalle conversazioni degli indagati e non frutto delle loro allucinazioni malvage. La linea discriminante di una società civile rispetto a una società in dissoluzione non è neppure il codice penale, frontiera minima destinata a impaurire i delinquenti. È il senso morale, è la fedeltà a quella legge insita nello spirito umano che rivela il senso della vita e la sua dignità con lo stesso stupore kantiano di un cielo stellato. L’Italia delle aspiranti attricette e dei dirigenti Rai, che barattano il sesso per una particina, ha un cielo buio e nero, anche quando il codice penale non se ne occupa. L’Italia dove le intraprese di illeciti affari barattano favori con gli uomini vicini al potere dà un sentore di “mafiosità diffusa”, di coscienza spenta, di rimorsi assenti; ciò alla lunga può divorare il Paese come una lebbra che non dà più dolore.
Io continuo a credere che l’Italia non è così, non tutta così; se è malata, può guarire. Ma non guarirà se ignora o nega d’essere malata.

 

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