Amnistia anche per calciopoli?

Favolosa, irripetibile, grandiosa. Uno sciupio di iperboli rigonfia l’Italia del calcio dissoterrandola dalle sue miserie reali. A leggere i commenti del giorno dopo, una cosa sola è certa: abbiamo già vinto il Mondiale. Il problema è che lo dicono tutti (quasi, per fortuna) e alla fine si rischia di crederci davvero. Mancano (mancherebbero) sei partite certo, ma che importa? È bastato battere il Ghana per uscire dall’incubo, Pirlo e Iaquinta come Garibaldi, l’unità d’Italia ritrovata nel nome del pallone. Evviva.
Che straordinario Paese il nostro: solo fino a ventiquattr’ore fa la simpatica congrega dei salotti intelligenti radunava l’opposizione pensante intorno al rigore equo e solidale. Basta con questo pallone sporco, tifiamo Ghana, il Terzo Mondo povero e onesto, abbasso gli azzurri, tornatevene a casa. Un’idea, solo un’idea, esagerata pure quella, estremista come lo snobismo di chi utilizza certi argomenti per farne una bandiera di diversità. Un concetto male espresso, ma che molti in cuor loro condividevano nella sostanza. Per coerenza, virtù più rara del tifo. Tutto travolto invece. Lippi for president è il nuovo slogan. Lippi, proprio lui, quello che doveva dimettersi. Dal processo di intercettazione a quello di beatificazione. Non ci siamo ancora arrivati, ma un golletto sabato sera contro gli Usa, ed è fatta. È la straordinaria forza dell’abitudine tutta nostrana che porta chi vince ad avere sempre ragione. Non importa come. Non importa contro chi: Ghana o Brasile è la stessa cosa, siamo italiani, democratici e antirazzisti. Non importa perché. Due gol cambiano l’orizzonte. E cancellano il passato.
Lo si temeva, l’avevamo scritto e temuto un finale così. L’indignazione pelosa questo ha di brutto dalle nostre parti: dura finché non c’è qualcosa che la distrae, il populismo facile di una gioia contagiante, una traversa scheggiata a cui aggrapparsi. Buona per dire qualunque cosa. E per lanciare proposte singolari, come quella del forzista Maurizio Paniz : un’amnistia generale su “Calciopoli” qualora gli azzurri vincessero il Mondiale. Non scherzava, pare. Dunque non c’è da sorridere. Ma da riflettere. Sulle miserie di un entusiasmo senza fondo che fodera gli occhi. E rinnega il senso della misura.
Anche dopo Spagna ’82 molti dei protagonisti dello scandalo scommesse giovarono del perdonismo dilagante causato dalle magiche notti azzurre, ma proporre paragoni con quanto frigge in pentola oggi è assurdo e svilente. Quello era un mazzetto di calciatori disonesti, l’amnistia fu parziale, decisa a sentenze chiuse. Qui invece c’è il più grande scandalo della storia del calcio, un marcio incancrenito dalla testa ai piedi, è un sistema intero a dover rendere conto, dai presidenti ai magazzinieri. E soprattutto ancora non ci sono condanne. Disgustoso pensare che il commissario della Federcalcio, i giudici e i pm che ci stanno lavorando, ora debbano tifare contro le fortune della nazionale: già devono battersi contro l’omertà di un ambiente che non ammette colpa alcuna e i proclami di certi protagonisti (chissà perché ci viene in mente quel Cannavaro che l’altra sera cantava l’inno a occhi socchiusi) refrattari a prendere le distanze dal marciume.
A questo forse dovrebbe oggi pensare l’Italia sbandierante di un Mondiale che resta un grande equivoco dal quale uscire in fretta. Vincendo, come è augurabile fare in ogni gara cui si partecipa. Ma provando a misurare prove, avversari e situazioni senza iperboli, sapendo che le partite per noi si concluderanno dopo la finale del 9 luglio. Non a Berlino, ma in tribunale. Sempre che non prevalgano altre tentazioni e che la sabbia dell’entusiasmo fuori luogo non dia ragione a Buffon (quello delle scommesse tutt’ora sotto indagine, proprio lui) che ieri candido candido diceva commentando la “straordinaria” prova azzurra e la risposta festante ottenuta in Italia: «Il senso di appartenenza ad una nazione può cancellare tutto». Ci consenta Buffon, c’è ancora qualcuno che spera di no.

Leave a Response