Il gol più brutto. La vergogna entra in porta

Non occorreva l’edificante lettura dei verbali dell’ultimo scandalo del pallone per intuire che la fine del calcio fosse vicina. E lo diciamo con rammarico, consapevoli (perché siamo ingenui, ma non fessi) di aver raccontato per anni uno sport dove il confine tra il marcio e l’accettabile era labile, dove i poteri forti contavano più delle caviglie buone, l’aspetto sportivo era un dettaglio rispetto alle relazioni e al potenziale ricattatorio, e i nani e le ballerine firmavano autografi fuori dagli stadi.
Ma poiché oltre che ingenui siamo anche un po’ romantici, era difficile dar credito all’immaginario classico del tifoso vittimista da bar, che dietro ogni rigore e ogni gol annullato fantasticava di auto in regalo all’arbitro di turno, di orologi, favori, carriere agevolate e cotillon. Invece proprio di questo si parla nelle telefonate fra Luciano Moggi e il meglio, si fa per dire, del calcio italiano, di Maserati e cronografi, di inciuci e sottintesi tra dirigenti federali “zerbinati” e designatori arbitrali più che sensibili ad accontentare l’interlocutore potente.
La consapevolezza (o il timore) del marcio sono sempre esistiti, ma l’ufficialità ha un suo innegabile peso: le intercettazioni che la precisa regia occulta di qualcuno sta distillando a rate ai giornali che hanno voglia di pubblicarle (prima o poi anche di questi delatori ad orologeria occorrerà parlare), sono molto più che uno strumento da usare al bar in chiave anti-juventina. Sono il certificato di morte del nostro calcio, una vergogna peggiore di altri illeciti, anche compiuti con le mazzette nella borsa. Perché più che un sistema, scoperchiano una filosofia di vita, la negazione totale di una benché minima etica personale prima ancora che professionale. E illuminano un mondo fatto di furbetti del palloncino, di figli procuratori che trattano i propr i giocatori con il papà direttore generale della società che potrebbe comprarli, giornalisti che accettano regali da 40 milioni di lire da dirigenti che nell’esercizio del loro mestiere fingono di criticare, arbitri pilotati addirittura per le amichevoli, esibizioni di onnipotenza e volgarità, in mezzo a professionisti del millantato credito e pupi d’arte di padri non proprio specchiati.
Bello sarebbe pensare a Luciano Moggi come al demonio unico: la prossima – probabile – entrata sulla scena giudiziario-mediatica di altri nomi eccellenti ci toglierà l’illusione che l’inevitabile defenestramento di un dirigente imbarazzante per la stessa Juventus a proprietà diffusa possa abbassare la fiamma. Nessuno le toglierà scudetti, ma la squalifica sta nei fatti e nelle parole, la sentenza è preventiva, schiacciante, disarmante. E la necessità di una pulizia drastica è rivolta ai pensieri di costoro prima ancora che ai loro gesti. Occorre estirpare quel familismo amorale che li guida, quella logica dei favori, dell’oggi a me e domani magari pure.
Le dimissioni di Franco Carraro, in qualità di presidente di una Federazione delegittimata, se resisteranno (il dubbio è lecito conoscendo il personaggio e il sistema) sono state salutate come una liberazione. È qualcosa, ma non cambierà l’atmosfera. Tutti sapevano – dicono – e nessuno si è meravigliato. Anzi, politici, sportivi, tifosi, urlatori professionali hanno festeggiato il suo addio. Senza spiegare dove fossero e perché non urlassero prima: avrebbero evitato probabilmente di essere fagocitati dal sospetto che il calcio si sia ridotto così anche per colpa di chi non usa il telefonino ma la complicità pelosa, l’assuefazione alla “moggite”. Quella sindrome della quale – per paradosso – in troppi vorrebbero ammalarsi.

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